Categoria: Copywriting

Non essere come Marco Lutzu: 36 eccellenti motivi per cui non devi imitare il Dr Lutz quando scrivi copy

Da bambina facevo sempre così con i romanzi: andavo a guardare l’ultimo paragrafo prima di iniziare a leggerlo, per capire se la storia mi sarebbe piaciuta o no. Perché non volevo essere delusa dal finale, e mi dava una certa sicurezza poi sfogliarlo sapendo già come sarebbe andato a finire.

Un sacco di volte poi ho pensato che sarebbe stato fantastico poterlo fare anche con le persone. Guardare il loro ultimo paragrafo nella nostra vita, per capire in che modo ci avrebbero abbandonato, pugnalato, deluso, così almeno separarsi sarebbe stato meno doloroso.

Ma poi crescendo ho capito che sarebbero state entrambe delle pessime idee. Se salti le tappe non cresci. O cresci male. Il bello dell’evoluzione è che ha i suoi tempi. E questo vale anche nei rapporti.

Allora penso che non dovresti farlo neanche tu: non dovresti cercare di saltare le tappe. Non dovresti cercare di correre fino in fondo a questo articolo per scoprire qual è la soluzione, qual è la fine.

Credo che dovresti leggerlo tutto, piano, magari in più volte, ma non correre alla fine, altrimenti tutto questo non avrà avuto senso. Vanificherai i miei sforzi e io davvero non voglio, ma cosa peggiore non imparerai il messaggio che voglio trasmetterti con questo articolo.

E questo messaggio è così importante, che per fartelo arrivare al meglio ho deciso di far intervenire tutti i membri del CopyTeam, inclusi alcuni apprendisti, che hanno risposto ad una mia intervista di 36 domande, rendendo questo articolo probabilmente il più corposo e denso che tu abbia mai letto.

Infatti direi che non è neanche davvero mio, è scritto da 13 copywriter, 26 mani sapienti che ti spiegano cos’è davvero il copywriting e come può cambiarti la vita.

Sei pronto? Cominciamo.

Per ogni domanda leggerai quindi 13 risposte, ognuna data da un membro diverso del CopyTeam… e se avrai la pazienza di leggerle tutte, imparerai così tanto (e ti divertirai anche) che alla fine mi ringrazierai.

Tra l’ironico e il serioso, in questo articolo scoprirai molti “dietro le quinte” della Copy Academy. Io stessa ho imparato molto su di loro, solo leggendo le risposte.

Ecco quindi la prima domanda:

1. Come hai scoperto il copywriting?

Daniel Porro: Ho scoperto il copy praticamente con Frank. Prima ne avevo sentito parlare ma non avevo approfondito più di tanto.

Roberta Parente: Al terzo anno di liceo i miei compagni di classe mi chiesero di scrivere una lettera al Preside per convincerlo a portarci in gita a Praga. Lui voleva che restassimo in Italia.

Così chiesi a google una cosa come “come scrivere per convincere le persone”. Da lì mi si aprì un mondo.

E la gita a Praga fu meravigliosa.

Mattia Paganelli: Era una notte buia e tempestosa… No scherzo, dal gruppo VV di Frank

Elena Scaltriti: Sembrerò falza come Giuda, ma la prima volta che ho sentito parlare di copy è stato guardando MAD MEN, a partire dal lontano 2007

Alessia Cipriano: Ho scoperto l’esistenza del copy grazie ad un articolo molto brutto che scrissi su un argomento delicato – no, non mi chiedere qual è, preferirei tenerlo privato. Probabilmente qualcuno ci vide uno sprazzo d’intelligenza, un amico lo condivise sulla sua bacheca e fu il delirio di circa 400 commenti tra lo stupido e il geniale. Da lì tutto è storia. Ho conosciuto Roberta, con la quale ho collaborato molto tempo, oggi è la mia più grande amica e continuiamo a condividere questa bellissima passione che è il copywriting.

Michel Sainville: Grazie a Bandler. No scherzo, sono stati Frank e il Doc, a inizio 2014.

Leonardo Schickentanz: Stavo leggendo «Magnetic Sponsoring» di Mike Dillard. Il primo ad aver applicato gli insegnamenti di Dan Kennedy al network marketing. Un solo capitolo era dedicato il copywriting ma mi fece impazzire. Il resto è storia.

Davide Filippini: Ho scoperto il copy ascoltando i podcast di Venditore Vincente

Nicola Serafini: Grazie (si fa per dire…) al Dr. Lutz e ai suoi post sul gruppo VV.

Marco Chegai: Quando sono nato, in America (i miei erano in vacanza lì) la mi’ mamma mi ha tenuto per uno zigomo e mi ha immerso in un cassonetto pieno di vecchi annunci degli an

Quella volta in cui Marco Chegai si era dimenticato come ci si sedeva.

ni ’50 della Callas, Powell, Rosenthal & Bloch, Inc.

Ovviamente sto scherzando. Non mi ha immerso, mi c’ha volato e ha chiuso il coperchio.

Francesca Palmisano: Ho scoperto il copywrting quando un essere le cui guance possono solo accompagnare (la Roby) mi ha detto: “bello eh, bello quello che hai scritto, ma non è copy.”

“co-che?”

Andrea Tagliabracci: Il primo approccio l’ho avuto con Italo Cillo e Cerchia Ristretta

Marco Lutzu: In una notte buia e tempestosa durante la prima giornata di Master Class nella quale Frank ci mostrò uno strano strumento per acquisire nuovi clienti: la sales letter. Fu amore a prima vista.

2. Ti piace scrivere o lo fai solo per soldi?

Daniel Porro: Mi piace scrivere perché faccio soldi.

Roberta Parente: Se non mi pagassero per farlo sarei una barbona perché non so fare altro. E non amo fare altro.

Mattia Paganelli: Se lo facessi solo per soldi non sarei così ossessionato nel studiare e fare corsi per migliorare ogni giorno.

Elena Scaltriti: Mi è sempre piaciuto. Conservo diari interi e blog pieni di scribacchinate più o meno adolescenziali. In tempi non sospetti, ho scritto per alcune testate giornalistiche online, ma non avrei mai immaginato di mantenermi grazie alla scrittura.

Alessia Cipriano: All’inizio lo facevo solo per soldi. Ho sempre amato studiare e ho perso il conto dei diari segreti che tenevo da piccina e sui quali scrivevo tutti i miei segreti. Poi un giorno è successo: mi sono innamorata di questo lavoro, perché ho rivisto in esso la sintesi perfetta di tutto ciò che amo fare.

Michel Sainville: Lo stai chiedendo alla persona sbagliata ahahahah. Posso mettere il link al mio bellissimo blog come prova inconfutabile della mia passione per la scrittura a scopo non lucrativo? Posso? Vabbè, io ce lo metto, semmai lo levi e lasci che questa domanda finisca con un alone di mistero. storiedelcazzo.com

Leonardo Schickentanz: Odio scrivere con tutto me stesso. Amo ricercare.

Davide Filippini: Adoro scrivere canzoni, racconti umoristici e flussi di coscienza per favorire la mia crescita personale.

Nicola Serafini: Mi rifiuto di rispondere a una domanda così insulsa.

Marco Chegai: Mi piace scrivere ma mi costa una fatica enorme. In compenso odio leggere. Non c’entra niente dici? Ok, la prossima allora!

Francesca Palmisano: Amo scrivere, il fatto che mi paghino per farlo è incredibile, ma il fatto che imprenditori guadagnino con quello che scrivo, perché le persone comprano convinte dalle mie parole, è ancora più incredibile.

Ieri mi hanno chiesto “comprano perché sei brava o sono stupidi?”… Ai posteri l’ardua sentenza.

Andrea Tagliabracci: Entrambe le cose ovviamente ;P

Marco Lutzu: Mi piace di brutto e lo farei anche se non guadagnassi così. Ma cercherei in ogni modo di guadagnarci. E se non ci guadagnassi non lo potrei fare perché dovrei passare il tempo a fare qualcosa che mi permetta di guadagnare. Quindi il fatto che ci guadagni è un aspetto molto importante.

3. A scuola eri conosciuto come scrittore di grande talento o la prof era solita indignarsi di fronte ai tuoi pezzi e strapparli in mille pezzettini affinché non contagiassi gli altri alunni?

Daniel Porro: Non ho mai voluto dedicare più di 30 minuti ad un tema. Lo consideravo una perdita di tempo (come tutte le materie scolastiche che mi annoiavano). Alla prof, invece, piaceva come scrivevo.

Roberta Parente: Credo che nell’istituto in cui ho frequentato le elementari ci sia ancora un mio tema esposto in una bacheca. Lo chiamo “il tema del disagio” visto che ho dovuto leggerlo infinite volte davanti a moooolti bambini.

L’ultimo anno di liceo però scrissi un compito in classe al mio migliore amico che era anche il mio compagno di banco. Volevo aiutarlo ad alzare la media, quindi mi impegnai davvero molto, dedicando molto meno tempo al mio compito, che era veramente penoso. Io presi il mio solito 8 e lui 4 e mezzo. Non aveva alcun senso: quel giorno capii l’importanza del posizionamento.

Mattia Paganelli: Avevo 7 in italiano. Tra le materie in cui andavo peggio. Non ero di certo considerato un alunno “portato”.

Elena Scaltriti: Ero considerata molto brava. Ero sempre vittima dell’imbarazzante “lettura a voce alta del mio tema davanti a tutta la classe”

Cosa fanno i copywriter quando non scrivono?

Alessia Cipriano: A scuola ero la “secchiona” della classe. È uguale?

Michel Sainville: Direi bravo, una volta ho pure vinto un concorso letterario e mi hanno intervistato alla radio, la mattina dopo la mia prima festa del liceo. Avevo 15 o 16 anni ed ero in pieno dopo-sbornia. Non so cosa possa avergli detto, ma la prof non mi ha più chiesto di partecipare ad altri concorsi da quel giorno.

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: A scrivere i temi ero tra i migliori. Nella prova d’esame di maturità sono l’unico ad aver preso 15/15. Tra gli amici non ero conosciuto per le mie doti da scrittore, ma come “intortatore professionista”.

Nicola Serafini: Ovviamente la prima. Che domande…

Marco Chegai: Ora, “grande scrittore di talento” non direi. Dicevano che “potevo ma non mi applicavo” – e comunque non prendevo mai meno di 9. Capisci ora la mia mania per la perfezione? È colpa loro.

Francesca Palmisano: Alle elementari la maestra Flora diceva che ero un genio. Al liceo la professoressa Bersino mi ha dato 4 per due anni interi. Non saprei chi aveva ragione.

Andrea Tagliabracci: Penso che il voto più alto mai preso sia stato un 6,5 😀

Marco Lutzu: Alle elementari ed alle medie i miei temi erano leggendari e prendevo sempre dei voti incredibili tipo 10.000 e robe così. Li facevano girare per le classi causandomi un imbarazzo pazzesco. Una volta però copiai di sana pianta una poesia di Natale da un libro che fece il giro della scuola e non era assolutamente mia. L’animo del truffatore era già presente in me. Poi alle superiori trovai un tizio che mi metteva sempre 4 perché scrivevo in maniera troppo complessa secondo lui. Smisi di andare a scuola.

4. Fai molte ricerche prima di scrivere copy? (Sii onesto, sicuro qualcosa hai dovuto consegnarlo per ieri, altrimenti non sei un vero copy)

Daniel Porro: Reputo che la fase di ricerca sia fondamentale per scrivere un buon pezzo di copy ma non deve portarmi via troppo tempo.

Roberta Parente: La verità è che dipende dal livello di conoscenza che ho del target di riferimento e del business. Ci sono settori in cui mi viene subito l’idea per quanto li conosca bene, e altri che necessitano di MOLTO approfondimento e ricerca prima ch’io possa anche solo pensare di posare la penna sul foglio e mettermi a scrivere.

Mattia Paganelli: Se non ho fatto ricerche, non scrivo (a meno che non conosca a menadito il settore). Ogni mio pezzo di copy è come un iceberg galleggiante. L’80% che sta sotto è strategia, analisi, ricerche, ecc.

Elena Scaltriti: Se il lavoro è “oggi per ieri”, col cazzo. Butto giù degli appunti su un quaderno. Raccolgo le poche info che ho a disposizione e scrivo a ruota. Se invece scrivo per me – oppure se ho molto tempo – allora faccio un bel po’ di ricerche

Alessia Cipriano: Non sempre. Ma quando mi è possibile – ossia quando non devo consegnare il lavoro per ieri – cerco di farne il più possibile, perché mi facilitano immensamente la stesura del pezzo in un secondo momento.

Michel Sainville: Ehm. No.

Leonardo Schickentanz: La ricerca prende la maggior parte del mio tempo. Scrivere è una cosa che sono costretto a fare ma se ho fatto la prima parte bene non mi richiede troppo sforzo. Resta comunque una penitenza, un male necessario.

Davide Filippini: Quando posso assolutamente si! Non c’è paragone tra un pezzo scritto conoscendo mercato, prodotto e target e un pezzo scritto anche bene, ma senza queste conoscenze. Poi chiaro che se il pezzo è da consegnare per ieri non si può fare una ricerca adeguata, ma lì soccazzi del tordo che si è svegliato oggi a chiedere il pezzo.

Nicola Serafini: Non tante quante vorrei (e dovrei).

Marco Chegai: Non credo che per quanto mi riguarda sia mai esistito un “prima” quando parliamo di lavori. È sempre stato più o meno un “scrivi questo 5 ore fa che 2 ore fa va online/in stampa”.

Quando però mi vengono concessi 3 minut- no, la risposta è sempre no.

Francesca Palmisano: No, non molte, non di volta in volta, ho spesso consegne domani per ieri. Ma ho più o meno sempre gli stessi due clienti, quindi accumulo informazioni pian piano di volta in volta. Ok no non le faccio cosa devo dirti, non guardarmi male, non è colpa mia.

Andrea Tagliabracci: Fino ad ora ho sempre scritto per progetti personali e quindi mi sono sempre preso il tempo che mi serviva

Marco Lutzu: Quando ho tempo si. Quando scrivevo assiduamente per VV no perché non c’era tempo ed il lavoro veniva commissionato già in ritardo. A quei ritmi è impossibile fare ricerca. Però dopo alcuni anni che mi sono stati utilissimi rischiavo di impazzire quindi ho tirato tutto nella schiena ai ragazzi ed ora se non ho modo di fare ricerca non prendo il lavoro.

5. Quali strumenti di ricerca utilizzi?

Daniel Porro: Chiedo lumi all’onnisciente Dio Google

Roberta Parente: “Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale…” In verità google in primis e poi baro andando a vedere se c’è un business uguale o simile in un altro Stato e guardo il loro marketing. Se ho a che fare con un imprenditore che ha una rete vendita, mi faccio mettere in contatto con il suo venditore migliore e parlo con lui.

Mattia Paganelli: Google, Amazon, Udemy, Pubmed, ClickBank, ecc.  Dipende dal settore.

Elena Scaltriti: Il buon vecchio Google, libri, appunti vecchi, cerco immagini/video per theming/big idea.

Alessia Cipriano: Google, libri vari, questionari e domande all’imprenditore/cliente che commissiona il lavoro.

Michel Sainville: Principalmente la mia profonda conoscenza della natura dell’animo umano, che ho coltivato in anni di lettura di capolavori quali “Scusa se ti chiamo amore (F. Moccia)”, “il problema è che ti amo (J. Armentrout)” e “P.S., ti amo ancora (J. Han)”. Nei rari casi in cui il mio bagaglio culturale non sia sufficiente, uso il telefono. Ho notato che con un po’ di olio di gomito, fare le domande a un numero ragionevole di clienti mi permette di trovare tutte le argomentazioni che mi servono per scrivere la sales.

Leonardo Schickentanz: Interviste telefoniche, lettura di tutti i materiali che ha (articoli di blog, brochure, materiali promozionali precedenti, libri, se ci sono pezzi di copy americani, forum di discussione, di base qualsiasi cosa mi riveli qualcosa su target, prodotto, concorrenza)

Davide Filippini: Dipende dal caso e dal settore. Se posso interrogo l’imprenditore e i dipendenti tipo FBI, altrimenti eseguo le ricerche per conto mio su google e su media di settore. Google Alert preziosissimo

Nicola Serafini: Google (adoro essere prevedibile).

Ma che soggetto è Tagliabracci?

Marco Chegai: Ok, ok! Mi hai beccato, volevo fare il simpatico. Quando ho i 3 minuti sbircio il target su gruppi Facebook e blog in giro per internet.

Francesca Palmisano: Leggo riviste in materia e blog dei concorrenti più che altro. Ok la verità è che un settore per cui scrivo lo amo, e di quello mi informo, per l’altro un po’ meno.

Andrea Tagliabracci: Google, amazon, intervistare l’esperto, fb.

Marco Lutzu: Libri, internet, giornali ed il sempre sottovalutato “parlare con le persone”.

6. Quanto tempo trascorri a leggere i materiali altrui?

Daniel Porro: Dipende dalla lunghezza del materiale. Può variare da 5 minuti nel caso di un breve annuncio Facebook a 40/60 minuti (o più) nel caso di una sales.

Roberta Parente: Leggo tutte le cose ben scritte. Quelle che riesco a leggere senza addormentarmi dalla noia, per intenderci.

Mattia Paganelli: Corsi? Varia molto. Possono esserci giorni in cui non faccio nulla, giorni in cui studio 4 ore e giorni in cui faccio solo mezz’oretta. Direi come media un’ora al giorno.

Elena Scaltriti: Non saprei quantificare esattamente. Di sicuro lo faccio tutti i giorni, ma leggo solo i materiali delle persone che ritengo brave.

Alessia Cipriano: Abbastanza, ma non quanto vorrei.

Michel Sainville: Meno di quello che dovrei, studio una sales *famosa* a settimana. Vorrei incrementare, ma ora come ora sono troppo preso dalla lettura di “Un perfetto amore sbagliato (S. Hart)”. Consigliatissimo.

Leonardo Schickentanz: Leggo un annuncio/lettera di vendita di successo al giorno, a colazione. I pezzi italiani non li leggo, mai.

Davide Filippini: Cerco di leggere e analizzare almeno un pezzo al giorno.

Nicola Serafini: Non tanto quanto vorrei (e dovrei).

Marco Chegai: Odio leggere. Mi fa una fatica immane.

Francesca Palmisano: Sono dentro 4-5 mailing list e ogni giorno passo un’oretta buona a leggere tutto quanto, più materiali dei miei colleghi, ma ammetto che è così da poco tempo.

Andrea Tagliabracci: Troppo poco purtroppo.

Marco Lutzu: Seguo la regola di Bencivenga “leggi una buona sales letter ogni giorno”. Ma lo faccio in maniera naturale più che imposta. Apro le email, clicco su un link e mi leggo la sales. Se non ho tempo solo una parte.

7. Quanto tempo trascorri a commentare i materiali altrui dicendo “io lo avrei fatto meglio”?

Daniel Porro: Zero.

Roberta Parente: in realtà più che “io avrei fatto meglio” dico “però qui ci poteva stare una storia! Sì sì una bella storia drammatica, chissà perché non l’ha messa… io l’avrei fatto.”

Mattia Paganelli: Lavorando in Academy lo faccio per mestiere XD

Elena Scaltriti: Non lo dico spessissimo. Di solito mi chiedo “perché ha fatto così anziché cosò?”. E poi cerco di decifrare la dietrologia.

Alessia Cipriano: Non credo di averlo mai fatto con nessuno, tranne col mio ragazzo. Glielo dico sempre.

Michel Sainville: Zero, perché leggo solo materiali delle divinità del copy di fronte a cui mi inchino, offrendo in sacrificio gli annunci della Ceres.

Leonardo Schickentanz: Non è un pensiero che mi occupa gran parte della giornata. Coi pezzi americani mi capita spesso di pensare “come cazzo farei?”. In Italia mi capita solo con Matt.

Davide Filippini: Ahahah! A volte capita, ma so che è più facile giudicare che fare, quindi magari commento, ma non mi sento “migliore” quando lo faccio.

I piedi di Filippini immortalati in una strana posa

Nicola Serafini: Pochissimo.

Marco Chegai: Punto, perché odio leggere. Probabilmente però se li leggessi continuerei a dirlo per il 102% del tempo.

Francesca Palmisano: non molto devo dire, probabilmente il delirio di onnipotenza non mi ha ancora colto, ma so che accadrà.

Andrea Tagliabracci: Non ho tempo per questo punto

Marco Lutzu: Nessuno. Cerco di leggere solo roba di persone che reputo più brave o al mio livello e prendo appunti più che dire “questo lo avrei fatto meglio”. Lo faccio solo se devo fare delle critiche.

 

 

 

8. Se potessi scegliere tra l’avere un ufficio con sedia e scrivania in cui lavorare e un divano più comodo con porta Mac incorporato, cosa sceglieresti?

Daniel Porro: Dipende. Sales, articoli e report preferisco scriverli su sedia e scrivania mentre email e post sul divano.

Questo è Daniel che mangia. Non esistono foto in cui fa altro.

Roberta Parente: Come bonus del divano, è possibile avere un tizio finlandese biondo che mi prepara infusi a comando?

Mattia Paganelli: Sedia e scrivania classici 😀

Elena Scaltriti: Sedia e scrivania. Perché sto scomoda e mi sprona a finire il lavoro velocemente per poi trasferirmi sul divano

Alessia Cipriano: Ufficio con sedia tutta la vita. Sul divano dopo 5 minuti dormo.

Michel Sainville: La uno. Prima di dare soldi a Steve Jobs, l’uomo che ha compiuto il miracolo di rendere ogni telefono nuovo incompatibile con il caricatore vecchio, mi metto a scrivere le sales con la stilografica.

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: Bella domanda! Mi piacerebbe lavorare circondato da altri copy (magari i miei fantastici colleghi del copyteam). Sarebbe super divertente e produttivo.

Ma ho perso il focus della domanda a cui comunque non so rispondere in maniera netta. Nella fase di ricerca mi piace la scrivania, quando sono nel flusso e sto scrivendo mi piace il divano.

Nicola Serafini: Senza il minimo dubbio la sedia e la scrivania. Il divano è fatto per leggere (e per scopare).

Marco Chegai: Ufficio, sedia e scrivania.

Francesca Palmisano: w il divano, la poltrona, la sedia, ogni cosa che sta nel mio salotto e mi consente di non uscire quando ci sono 78 gradi o meno 89. Se poi qualcuno inventasse un frigo che risponde ai miei comandi e mi lancia addosso il cibo già cucinato tanto meglio.

Andrea Tagliabracci: Ho provato a lavorare sul divano ma sto più comodo sulla scrivania con una buona sedia.

Marco Lutzu: Di giorno lavoro sul tavolo perché stare sul divano mi mette in un mood sbagliato e poco professionale. Verso le 19.00 quando sono stanco continuo dal divano. Ma sul divano più che scrivere spesso faccio ricerca o studio. Per scrivere sto alla scrivania. La chiamano così per quello 😛

9. E il divano di che colore sarebbe?

Daniel Porro: Ovviamente color blallo.

Roberta Parente: Stesso colore dei vestiti del finlandese.

Mattia Paganelli: Niente divano. Quello lo tengo per guardare GOT.

Elena Scaltriti: Non importa il colore. L’importante è che sia ricoperto di gattini

Alessia Cipriano: Divano solo per sonnellini e coccole davanti ad un film romantico.

Michel Sainville: 

Nota dell’autrice: Michel!!! (con finto tono di rimprovero)

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: Azzurro rilassante

Nicola Serafini: Di pelle. Preferibilmente umana, ma mi dovrò accontentare di quello che trovo.

Marco Chegai: Ovviamente nero. Anche se in realtà basta che quando mi siedo ci sprofondo dentro. Poi può essere anche viola a pois gialli.

Francesca Palmisano: azzurro, miglior colore nella terra. (Ma tu leggi nella mente?)

Andrea Tagliabracci: Bianco/panna di pelle.

Marco Lutzu: È marrone ma vorrei che fosse bianco.

10. Preferisci scrivere: sales letter, articoli o email?

Daniel Porro: Sales letter tutta la vita!

Roberta Parente: Negli articoli mi sento più libera di raccontare storie e fare esercizi stilistici che in una sales non potrei fare.

Mattia Paganelli: Sales Letter.

Elena Scaltriti: Vado molto spedita nella stesura di articoli e mail. Amo anche scrivere sales letter, ma mi drena completamente le energie perché divento maniacale sul risultato finale

Alessia Cipriano: Email, ci butto dentro tutti i miei pensieri e conoscenze. Le trovo un modo per sfogare la mia voglia di scrivere senza troppi “paletti”. Ammetto, mi sento davvero figa dopo aver scritto una mail.

Michel Sainville: Lettere di vendita, è lì che si nasconde la vera soddisfazione. Solo quando mandi fuori una sales che funziona puoi alimentare il tuo ego ripetendoti davanti allo specchio: “Mamma mia quanto sono bravo. Incredibile. Guarda quanto ha venduto. Sono troppo bravo. E sono anche bello. Mi sta venendo la scoliosi a furia di stare al pc ma non importa, guarda che numeri.”

Leonardo Schickentanz: Sales letter, di gran lunga

Davide Filippini: Percepisco tutto come una sales letter, quindi non so bene come rispondere. Forse gli articoli di blog mi gasano di più perché posso trattare temi diversi.

Nicola Serafini: Bella domanda… non l’ho ancora capito.

Marco Chegai: Email. Ah no, aspetta era “Preferisci” no “Cosa sei costretto a”. Decisamente sales letter.

Francesca Palmisano: Mail.

Andrea Tagliabracci: Sales Letter.

Marco Lutzu: Email perché posso sviluppare velocemente una big idea e chiuderla prima che mi annoi e diventi un peso.

11. Qual è il lead magnet più assurdo e fico che hai visto utilizzare?

Daniel Porro: Una volta ho letto un report in cui un produttore anziché vendere il suo prodotto ai rivenditori, preferiva regalargli una lezione (inutile) di branding.

Roberta Parente: In una discoteca per gay di Firenze ti danno le bevute gratis se ti iscrivi al club dei gay fornendo email, indirizzo e numero di telefono. Io li adoro.

Mattia Paganelli: Un dildo per un sexyshop in cui paghi solo le spese di spedizone. Sanno che una volta che avrai acquistato, poi tornerai alla carica con un dildo più grosso, un vibratore ecc. ecc…. Comunque no, scherzavo, non ho mai visto una roba del genere, ma sarebbe figa. Non mi viene in mente nulla di assurdo ora come LM.

Elena Scaltriti: A dirla tutta non ne ricordo uno assurdo. In compenso, amo i lead sotto forma di “risultati del quiz che invieremo alla tua mail”

Alessia Cipriano: Un paccone di merda a forma di mini-letto per vendere un materasso. Geniale.

Michel Sainville: Quelli di Pornhub quando hanno detto a tutti i single del mondo che volevano invitarli a passare il San Valentino insieme. Insuperabili.

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: L’accesso a una serie di mockup e font per i grafici allegati a una mini guida all’utilizzo. <3

Nicola Serafini: Una barbosissima e scontata guida sulle scarpe maschili.

Marco Chegai: Un lecca-lecca. Era un signore vestito solo di un impermeabile che si avvicinava alle bambine davanti alle scuole elementari. Non chiedermi cosa upsellava perché non sono mai entrato nel funnel.

Francesca Palmisano: passaparola. (ne ho 3 giusto?)

Andrea Tagliabracci: Il tuo post in chi chiedi di fare questo esercizio. Ahahahah

Marco Lutzu: Non mi viene in mente nulla. Non mi colpiscono mai particolarmente. Io mi registro per vedere cosa succede nelle email successive. Quasi mai per il lead magnet.

12. Se potessi scegliere un unico settore in cui fare marketing, il più stimolante che conosci, quale sarebbe?

Daniel Porro: Un settore molto interessante in cui lavorare penso sia quello della bellezza/cura del corpo.

Roberta Parente: Infobusiness porno. No ma veramente, sai che figata? “Il tuo tipo ti ha tradita perché non sai fare i po***ini? Clicca qui per diventare più brava di Sasha Grey!”

Mattia Paganelli: Io amo i settori per cui scrivo: bodybuilding e addestramento cani. Mi piacerebbe anche dating e personal development.

Elena Scaltriti: Musica. Tutta la vita.

Alessia Cipriano: Sicuramente il settore dell’estetica e della bellezza in generale.

Michel Sainville: Il porno.

Leonardo Schickentanz: Di base mi piace scrivere praticamente per tutto, tranne per corsi di marketing e vendita. Mi piace scrivere per prodotti che risolvono problemi urgenti delle persone. Se dovessi scegliere una specializzazione sceglierei i medicinali OTP, quelli che compri senza prescrizione del medico e che quindi puoi pubblicizzare.

Davide Filippini: Quello grafico <3

Nicola Serafini: Senza dubbio quello finanziario.

Marco Chegai: Il solo pensare a scrivere per un settore solo per il resto dei miei giorni mi fa venire voglia di ghigliottinarmi le mani e mangiarle.

Francesca Palmisano: Il no-profit. Ora suono Maria Teresa di Calcutta, ma oltre a essere una cosa utile e bellissima, la cosa più figa è che non c’è niente in cambio, non gli sto dando un prodotto e pensare di riuscire nell’impresa di non vendere assolutamente niente, mi esalta. 

Andrea Tagliabracci: Sesso (non inteso come porno, ma tutto quello che ruota intorno ad esso),

Marco Lutzu: Qualunque settore dove posso far leva sull’avidità ed il desiderio di libertà delle persone. O sul loro desiderio di rivincita. Mi diverto a stuzzicarli e non c’è nulla di più potente.

13. E a parte il porno?

Daniel Porro: Sì, anche quello del porno non sarebbe male.

Roberta Parente: Sarebbe fichissimo vendere marijuana! Ma direi proprio la droga in generale. “La tua vita fa schifo? Vuoi sentirti più giovane, forte, bello, amato, accettato, in forma e mandarti a puttane l’esistenza che tanto già fa cagare? Grande, ho la soluzione che fa per te…”

No, scherzi a parte. Amo scrivere d’amore. Sarebbe bello scrivere parlando di sentimenti, di sesso, di relazioni… Ma non saprei dire “quale business è”. Magari ci creiamo una nuova categoria.

Mattia Paganelli: ahah

Elena Scaltriti: Ahahahah quello è il settore riservato agli Scorpioni come te e Dani

Alessia Cipriano: Hahaha, il porno solo su un divano, a farsi le coccole, con un film romanti… ah no…

Michel Sainville: non stavo scherzando.

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: La grafica è il mio porno. Mi smanetto guardando come impaginavano i vecchi annunci. <3

Nicola Serafini: Che simpatica…

Marco Chegai: No merda non ci credo: avevo scritto “porno” davvero prima di cambiare la risposta! AHAHAH

Francesca Palmisano: A sto giro hai ciccato.

Andrea Tagliabracci: sempre come sopra 😀

Marco Lutzu: Quelli che ho detto prima. Il porno si vende da solo.

14. Quante headline scrivi prima di pubblicare un pezzo? (Sincero)

Daniel Porro: Non comincio a scrivere un pezzo se non ho buttato giù almeno 10 headline nel giro di 5 minuti.

Roberta Parente: Lo so che è frustrante ma la risposta sincera è “dipende dai pezzi”. A volte mi è uscita bene la prima. Altre dopo averne fatte 100, altre ancora mi è venuta solo dopo essermi confrontata con Mattia :p

Mattia Paganelli: Dipende. Se a sensazione ne ho trovata una davvero, davvero figa mi concentro su quella per migliorarla. Quindi sotto le 5. Se voglio fare le cose davvero bene non è raro che ne scriva 10-20.

Elena Scaltriti: Se il lavoro è urgentissimo, ne butto giù tre o quattro e modifico quelle per trovare THE ONE.  Se ho tempo, ne scrivo almeno dieci.

Alessia Cipriano: Una, ma la revisiono circa 1400 volte.

Michel Sainville: Una. Poi magari la modifico centosettanta volte perché sono ossessivo, ma la grande idea che deve trasmettere ce l’ho già in testa prima di mettermi a scrivere, sennò non inizio nemmeno.

Leonardo Schickentanz: Dipende. Una volta ne ho scritte 52 un’altra 4. La regola è scriverne almeno 25. È un vero peccato che nessun copywriter la segua religiosamente (me compreso) perché il successo, in ogni cosa, risiede nel padroneggiare le basi in maniera sopraffina. Per essere bravo nel coup non devi saper fare tante cose. Devi saperne fare poche ma bene. Questa è una delle poche.

Davide Filippini: Almeno 12 di tipi diverso + le varianti di ciascuna.

Nicola Serafini: Non tante quante vorrei (e dovrei).

Marco Chegai: Hai presente quante volte dovresti masticare ogni boccone? La maggior parte degli studi indicano un numero di masticazioni superiore a 40 per ogni boccone … ma ovviamente per te è troppa sbatti e dopo 4 masticate butti giù. Ecco, io faccio uguale con le headline.

Francesca Palmisano: 3 di solito.

Andrea Tagliabracci: 10 max

Marco Lutzu: Una. Ma è come che ne scriva 100 perché la cambio in continuazione fino a che non mi convince al 100%.

15. Quante imprecazioni pronunci prima che facebook ti accetti una headline per un ads?

Daniel Porro: Infinite.

Roberta Parente: Facebook è quel social network banna annunci come “fatti il culo per vendere di più” e tiene in up “diventa ricco grazie ai bambuseti”. Dannato Zucky.

Mattia Paganelli: Ora meno perché ho capito qual è il limite da non superare.

Questa l’ho inserita perché Mattia è sempre e comunque un bel vedere. Se sei uomo: guarda che bel mare!

Elena Scaltriti: È un botto che non scrivo headline per un ads, ma immagino che il lancio del pc dal balcone potrebbe accompagnare solo.

Alessia Cipriano: Tante. Soprattutto quando mi bannano “eliminare le rughe”, e la motivazione è: “incitazione alla violenza”. Zucky ma che caspita fai?!

Michel Sainville: Ci ho rinunciato. Non me ne accettano mezza. E il bello è che mi continuano a proporre in automatico di sponsorizzare i post della mia pagina, ma quando ci provo bloccano tutto perché “non rispettano gli standard della comunità”. Confido nella pubblicità su Tinder, che testerò quanto prima.

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: Siamo solo ad Agosto e ho quasi finito il calendario per la 3 volta.

Nicola Serafini: Zero… ormai lo riesco a prevedere. :-p

Marco Chegai: Imprecazioni = Bestemmie? Io non bestemmi per cose così banali, madonna p#€[@$a.

Francesca Palmisano: Questo non te lo so dire, non mi è mai successo, ma sono certa che quando mi accadrà saranno davvero tante.

Andrea Tagliabracci: Per fb bestemmia già Mattia al posto mio

Marco Lutzu: Non ho mai scritto un ads per Facebook. Odio scrivere in situazioni dove non posso avere massima libertà (per questo ho sempre prediletto sales, articoli e email). Però è una grave lacuna. Inizierò quest’anno.

16. Il settore per il quale non scriveresti mai copy?

Daniel Porro: Tutta l’area della prevenzione per me è off limits.

Roberta Parente: Odio profondamente quelli per cui non è possibile giocare sulla CTA con una offerta davvero irresistibile e devi raccapezzarti con un blando “sconto del 3% se prenoti entro 3 mesi”. Ma lol -.-

Mattia Paganelli: Ecommerce & commodity

Elena Scaltriti: Al momento non saprei indicarne uno specifico

Alessia Cipriano: Settore finanziario

Michel Sainville: Non riuscirei mai a vendere soia ai vegani. È più forte di me. Se fossi il copy di una famosa catena di ristoranti veg, probabilmente finirei col tingere di verde delle fette di pancetta per nasconderle nelle loro insalate piene di tristezza.

Leonardo Schickentanz: Hai anticipato la risposta

Davide Filippini: Pillole allungapene, truffe varie, roba trita e ritrita. Voglio scrivere per cose nuove.

Nicola Serafini: Bella domanda… non ci ho mai pensato. Probabilmente quello immobiliare (mi annoia come solo certe persone riescono a fare).

Marco Chegai: Ce ne sono parecchi: abbiamo a disposizione così tante primavere da dedicare a questa risposta?

Francesca Palmisano: Pompe funebri. Malattie, quelle robe lì.

Andrea Tagliabracci: Religione forse.

Marco Lutzu: Per un quantitativo enorme di soldi scriverei per qualunque settore. Ma odio scrivere per prodotti che non hanno senso di esistere perché non sono nati per soddisfare un reale desiderio del mercato.

17. E a parte i corsi di vendita e marketing? (ah, forse non dovevo scriverla questa…)

Daniel Porro: Ahahah

Roberta Parente: ahahahahaha sono così simpatica a volte

Mattia Paganelli: ahah

Elena Scaltriti: <3

Alessia Cipriano: HAHAH, un divano per farsi le coccole, davanti ad un porno romantico (?!?!)

Michel Sainville: A questa domanda risponderà il mio avvocato, Marco Denise Chegai.

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: Ahahahah! Fa così schifo?

Nicola Serafini:

Marco Chegai: No a me piace farlo! *cerca di non bucarsi sulla punta del coltello che gli sta figurativamente minacciando la giugulare*

Francesca Palmisano: effettivamente hai ragione. Eccetto quello le pompe funebri.

Andrea Tagliabracci: Forse vuoi sentirti dire Corsi di vendita. Ahahahah

Marco Lutzu: Mi piace un sacco scrivere per vendere corsi di vendita e marketing.

18. Cosa pensano i tuoi genitori del lavoro che fai?

Daniel Porro: Non hanno ancora ben capito cosa faccio ma porto soldi in casa e quindi sono contenti.

Roberta Parente: “Ma quindi davvero ti pagano per imbrattare fogli di carta?”

Mattia Paganelli: Non lo capiscono

Elena Scaltriti: Sono contenti perché “non devo spostarmi da casa per lavorare” XD

Alessia Cipriano: Non hanno ancora capito che lavoro faccio

Michel Sainville: Pensano che sia stato folle a mollare un lavoro ben retribuito e sicuro in un’azienda in forte crescita, e che presto finirò sotto ad un ponte e dovranno venirmi a salvare. Hanno questa visione e interpretano un sacco di segnali a modo loro… Ad esempio, il fatto che il mio frigo sia sempre vuoto per mia mamma è sinonimo di povertà e denutrizione, quindi ogni volta che la chiamo mi chiede: “Hai mangiato oggi? Ieri ho fatto le polpette e ne ho messo sacchetto in freezer per te, vieni a prenderle quando vuoi.” Io ovviamente vado ogni volta, perché le sue polpette sono buonissime, quindi il giochino continuerà all’infinito.

Leonardo Schickentanz: Non vedono quello che vedo io. Finchè non porterò un po’ di soldi a casa penso che la loro idea non cambierà.

Davide Filippini: Non credo che abbiano ancora capito al 100% di cosa mi occupo.

Nicola Serafini: Non hanno idea di cosa io faccia sul serio.

Marco Chegai: Mi ma’ pensa che pago le bollette, quindi va bene. Mi pa’ pensa che non da più gli alimenti a mamma, quindi tendenzialmente va bene tutto.

Francesca Palmisano: Non gli è chiaro. Ma sanno che non muoio di fame sotto un ponte e che sono felice, a loro basta così.

Andrea Tagliabracci: Non credo che abbiano ben capito cosa faccio.

Marco Lutzu: Sono orgogliosi sulla fiducia ma non ci hanno capito molto. Io non li ho aiutati particolarmente.

19. Come hai spiegato loro di cosa ti occupavi?

Daniel Porro: Mamma, Papà devo dirvi una cosa. Sono uno spacciatore di parole. La gente mi dà soldi in cambio dei testi che scrivo.

Roberta Parente: Mia madre è anche la mia commercialista e tanti anni fa, quando le dissi di dover aprire la partita iva per fare la copywriter, era assolutamente scettica e contraria.

Dopo un paio di mesi uscii dal regime dei minimi, così venne da me e mi disse “Maaaa… che lavoro hai detto che fai?”, non credo che lo abbia ancora capito.

Mattia Paganelli: Lavoro online

Elena Scaltriti: “Scrivo e correggo testi “pubblicitari” per piccole-medie aziende”. Mio padre ha lavorato in una multinazionale americana dove il copy si usava già negli anni 80. Ha capito al volo.

Mia madre ha annuito e tutti tranquilli.

Alessia Cipriano: Dopo la prima volta che ho cercato di farglielo capire, ho desistito.

Michel Sainville: Ho provato a fargli leggere una sales letter. Hanno detto che era troppo lunga. Non ho più affrontato l’argomento.

Leonardo Schickentanz: A dire il vero non penso che lo abbiamo capito del tutto.

Davide Filippini: Ho iniziato a dimostrargli che i sistemi di vendita delle loro aziende facevano cagare (mia mamma è consulente aziendale e mio papà ex imprenditore), quando han visto che avevo ragione hanno iniziato a darmi retta.

Nicola Serafini: Non ci ho mai nemmeno provato seriamente.

Marco Chegai: <<Mamma, pagherò io le bollette! Babbo, non darmi più gli alimenti!>> TA-DAAAAA!

Francesca Palmisano: ”in pratica scrivo lo spam mamma”

Io e Palmi che consumiamo un classico pasto da copywriter

Andrea Tagliabracci: Ho detto solo che lavoro su internet perché ogni spiegazione in più non sarebbe comunque stata compresa allora ho tagliato corto così, ma tanto non hanno comunque capito perché pensano che stia al computer a chattare con le donzelle che poi mi porto a casa (che in parte è anche vero)

Marco Lutzu: Scrivo testi pubblicitari per le piccole e medie imprese. Si, lo so ho tagliato corto.

 

 

20. Quante notti hai dormito in strada dopo quel momento?

Daniel Porro: Zero perché Elena mi ha salvato trovando un appartamento con caminetto sul balcone per fare la griglia. Ci siamo trasferiti il giorno dopo.

Roberta Parente: Vivevo già da sola :p

Mattia Paganelli: 0 ahah

Elena Scaltriti: Per fortuna, nessuna.

Alessia Cipriano: Parecchie

Michel Sainville: Per fortuna già vivevo da solo, ma mia mamma ha tentato svariate volte di farmi la spesa.

Leonardo Schickentanz:

Davide Filippini: In strada no, ma negli ultimi 2 anni sono scappato di casa 4 o 5 volte a casa di amici per qualche giorno.

Nicola Serafini: Zero. Sono troppo fighi.

Marco Chegai: 5. Ma solo perché gli alieni non riuscivano a spiegarsi come avessi fatto ad eludere le domande dei miei genitori e mi hanno imbottito di droghe per vendetta (e mamma non vuole che mi drogo, quindi sono stato fuori a smaltire).

Francesca Palmisano: Vivevo già da sola ai tempi.

Andrea Tagliabracci: ahaha zero dai

Marco Lutzu: Nessuna. Prima di quel momento invece parecchie.

21. Definisci la parola “copywriter”.

Daniel Porro: Persona affetta da vari disturbi psicologici più o meno gravi che riversa i suoi problemi in fiumi di testo e in cambio percepisce denaro.

Roberta Parente: Soggetto ansioso e mentalmente instabile in grado di trasformare caffè, serie TV e pasti pronti in parole che vendono.

Mattia Paganelli: Scrittura pubblicitaria

Elena Scaltriti: Fine conoscitore della psicologia umana che riesce a vendere a tante persone scrivendo parole su carta.

Alessia Cipriano: Ce ne sarebbero molte di stampo romantico-sdolcinato. La realtà è che i copywriter sono i bancomat delle aziende.

Michel Sainville: È una parola pericolosa. Se la pronunci da ubriaco, suona come copri water e non ci fai una bella figura. Se la usi in modo improprio, ti scambiano per un creativo. Se la dici in Sardegna ti rispondono Minc’ e cuaddu ti Currada! (Non la googlare. Non lo fare. Io ti avevo avvertito). Per come la intendo io, significa che sei a metà strada fra un imprenditore e un romanziere, e che ancora non hai deciso da che parte stare.

Leonardo Schickentanz:. Il copywriter è un venditore che non ha voglia di alzare il culo dal divano. Spesso è un entità in cui convivono ambizione e pigrizia. Un amore smisurato per la ricchezza, e un’amore smisurato per il non fare un cazzo e per i molti piaceri della vita. Purtroppo queste due cose non si sposano alla perfezione. Se vogliamo dare una definizione più “romantica”, direi che il copywriter è uno sceneggiatore di sogni. Il suo compito è quello di scrivere una sceneggiatura in cui i desideri più reconditi dei suoi potenziali clienti prendono vita. È quello di creare un film di parole in cui i sogni del lettore prendon vita.

Davide Filippini: Un essere superiore che plasma il mondo usando le parole.

Nicola Serafini: Un malato di mente che ha capito come sfruttare questa sua debolezza.

Marco Chegai: Madonna… quanto devo essere melenso? C’è un limite? È il guardiano del cancello che separa coloro che sono bloccati dalla paura da quelli che si lasciano abbracciare dalla speranza. Ed è bellissimo, perché come dicono nel film “Le Ali Della Libertà”, <<La paura può farti prigioniero. La speranza può renderti libero.>>

Ok, ora torno coglione per compensare, tranqui.

Francesca Palmisano: Colui che convince persone ad acquistare con le sue parole, entrandogli nel cervello AKA psicopatico individuo che ama il suo computer più della sua vita e oscilla perennemente fra la voglia di cazzeggiare e il desiderio di riempirsi di soldi.

Andrea Tagliabracci: Colui che scrive testi con lo scopo di vendere un prodotto o servizio o più in generale con lo scopo di far compiere un’azione al potenziale cliente (detto in poche parole)

Marco Lutzu: Tizio pigro che sogna di diventare ricco lavorando poco e sfruttando le sue abilità di scrittura. Poi un giorno improvvisamente capisce che il suo lavoro centra ben poco con la scrittura ed entra in crisi esistenziale. A quel punto o diventa bravo davvero oppure smette.

22. Consiglieresti ad un ragazzo di diventare un copywriter?

Daniel Porro: Certo che sì!

Roberta Parente: Consiglierei ad un ragazzo di imparare il copywriting perché è una disciplina che ti mette in funzione il cervello come poche. Indipendentemente dal voler diventare o meno un copywriter, conoscerlo è un vantaggio competitivo potentissimo in qualsiasi ambito.

Mattia Paganelli: Se è intelligente e ha voglia di farsi un culo come una capanna sì

Elena Scaltriti: Consiglierei a un ragazzo di imparare il copy a prescindere. Per sé, per chi lo assumerà o per una sua futura azienda.

Ragazzo che sta pensando di diventare un copywriter, non so, vuoi davvero diventare così?

Alessia Cipriano: Assolutamente sì, meno guerre più copywriting.

Michel Sainville: Tutti quelli che conosco che fanno i copy non stanno messi tanto bene. Dev’essere un lavoro che, dando tanti soldi, tante scadenze e tanta libertà, porta spontaneamente i giovani a perdere il controllo e a sviluppare una serie di ossessioni strane, tipo quella di pesare le gallette di riso al ristorante con una bilancia portatile (storia vera), oppure quella di comprare qualsiasi cosa sia venduta con un buon copy anche se sai che la userai per cinque minuti e poi la butterai in un cassetto. Per questo motivo è un lavoro che mi sento di consigliare solo a chi è disposto ad affrontare le parti più recondite del proprio animo.

Leonardo Schickentanz:  Si e no. Gli consiglierei di impararlo. Non so se gli consiglierei di farlo. La prima regola per fare i soldi come copywriter è non fare il copywriter. Fai l’imprenditore che conosce il copywriting. Oppure renditi socio in un’azienda, scarica gli sbatti dell’imprenditore all’altro e te scrivi. Ma a percentuale, mai fee fissa. A meno che la fee fissa non sia bella importante.

Davide Filippini: Si, ma ho smesso di provarci.

Nicola Serafini: Probabilmente no, a meno che non sia disposto a lavorare prima gratis per me per almeno 3 anni.

Marco Chegai: Non si può “consigliare” di diventare un copywriter, uno deve volerlo senza nessun tipo di interferenza. Ci sono due categorie di persone al mondo: i copywriter e chi non riesce a reggere il peso della verità dietro la psiche umana.

Francesca Palmisano: no, meno ce ne sono in giro, più lavoro. Scherzo, andate e copyrate.

Andrea Tagliabracci: n generale si, ma dipende qual è l’obiettivo del ragazzo. Non tutti hanno la mentalità di essere indipendenti e “precari” (se così si suol dire).

Marco Lutzu: Si a tutti quelli in grado di farlo. È il lavoro del futuro. Nonché la competenza più importante ai giorni nostri.

23. Quanto vale per te la soddisfazione di aiutare gli imprenditori ad ottenere enormi guadagni attraverso il copy?

Daniel Porro: Tantissimo. Soprattutto, quando una parte di quei guadagni finisce nelle mie tasche.

Roberta Parente: Onestamente è una leva che funziona tantissimo su di me. Ma sono naturalmente altruista e mi viene spontaneo gioire per i successi altrui, specie se si sono realizzati col mio aiuto.

Mattia Paganelli: Non tanto quanto quella di aiutare me stesso ad ottenere guadagni enormi attraverso il copy 😀

Elena Scaltriti: Molto. Anche se la soddisfazione più grande arriverà quando mi aiuterò da sola a ottenere enormi guadagni attraverso il copy ahahah

Alessia Cipriano: Raggiungere questo obiettivo mi realizza tantissimo. Sapere che posso farlo anche per la mia azienda, mi eccita ancora di più.

Michel Sainville: [inizio musichetta romantica] Non so come misurarla… I soldi non sono la valuta giusta… Forse dovrei misurare i brividi sulla pelle che mi vengono quando un cliente mi legge entusiasta i dati di conversione, ma sono troppi per contarli tutti. [/fine musichetta romantica]

Leonardo Schickentanz: È raro che sappia quanto convertono i miei pezzi di copy. Per quello che so io potrebbe anche non aver convertito niente di ciò che ho scritto.

Davide Filippini: Aiutare gli imprenditori è una menata fuori di testa. Se posso preferisco scrivere per me stesso.

Nicola Serafini: Sinceramente? Zero.

Marco Chegai: Quando comincia la parte in cui non devo convincerli che con il copy possono ottenere enormi guadagni, è veramente tanta.

Francesca Palmisano: Tanto. Ma devo dire non interamente per loro. È che pensare di avere quel poter è davvero figo (forse verrà anche a me a breve il delirio di onnipotenza)

Andrea Tagliabracci: Sarei soddisfatto solo se effettivamente l’imprenditore inizi a guadagnare tanti soldini anche grazie al mio aiuto…

Marco Lutzu: Pochissimo. Vale in proporzione alla percentuale di quei guadagni che sono disposti a cedermi.

24. Quante notti dell’ultimo anno le hai trascorse scrivendo?

Daniel Porro: Poche. Scrivo quasi sempre di giorno.

Roberta Parente: Di notte scrivo tantissimo, ma quasi mai è copy :p

Mattia Paganelli: 0. Scrivo solo quando posso dare il massimo di me stesso. Dopo l’1 o le 2 non penso di aver mai scritto.

Elena Scaltriti: Se ciao, tipo tutte ahahah ma funziona così da quando ero al liceo. Quindi tutto regolare.

Alessia Cipriano: Quante notti dell’ultimo anno non le hai trascorse scrivendo?

Michel Sainville: Accetto l’insonnia come compromesso per completare almeno metà delle mie scadenze prima dell’alba.

Leonardo Schickentanz: Notti? Solo un paio ma non è produttivo. È bello perché ti senti figo. Ti ripeti “Wow, sono figo. Gli altri dormono e io lavoro, avrò sicuramente successo. Sto facendo esattamente come i grandi uomini della storia!”. In verità è da scemi perché avresti fatto meglio ad andare a letto alle 10:30, svegliarti alle 5:30 e scrivere appena sveglio.

Davide Filippini: Eeeeeehcciaooooo. Prossima domanda!

Nicola Serafini: Zero.

Marco Chegai: Perché, che altro fa la gente di notte di solito?

Francesca Palmisano: faccio questo lavoro da 6 mesi. Ne ho passate 5 completamente insonni.

Andrea Tagliabracci: Non scrivo di notte, al massimo fino a mezzanotte.

Marco Lutzu: Pochissime. Scrivo la mattina. La sera sono stanco e non riesco. Scrivevo la notte solo il primo anno.

25. Qual è la deadline più brutta che hai dovuto affrontare?

Daniel Porro: Nessuna. La più breve è stata quella di scrivere una sales nelle due ore successive ma non è mai un problema per me. Meno tempo ho a disposizione, più sono produttivo. Soprattutto se il gioco vale la candela.

Roberta Parente: La sales del Titanium Merenda consegnata durante Marketing Merenda. Il responsabile delle consegne mi ha chiamato alle 21.30 dicendomi “domani mattina viene il camion a ritirare tutte le cose da portare a Vienna, entro due ore dobbiamo mandare in stampa le sales letter e mi risulta che ne manca una”.

Il giorno seguente ho dormito per tipo 30 ore.

Mattia Paganelli: Quella con Fantasticane, ho dovuto lavorare da Ibiza. La deadline era autoimposta.

Elena Scaltriti: Sono tutte un incubo XD

Alessia Cipriano: Qual è la deadline più brutta che non hai dovuto affrontare?

Michel Sainville: Quella per compilarti questo questionario. È sabato sera, sono le undici e voglio uscire, ma ti ho promesso che te lo mandavo oggi. Accidenti a me.

Leonardo Schickentanz: Non ho avuto deadline particolarmente pressanti.

Davide Filippini: La classica “pronta per ieri” con aggiunta di “non ho un posizionamento, una differenziazione, non so i plus dei prodotti, fai tutto tu che sei bravo”

Nicola Serafini: Nessuna. Non ci arrivo mai così tanto vicino da poterne essere preoccupato.

Marco Chegai: Sicuramente quella di dover scrivere 5 sales letter e una cosa come 14 email tutto in 1 SETTIMANA. Dio mio che mazzata nei denti fu quella.

È stata ancora peggio delle miriadi di “Serve per IERI!”.

Qui è stato quando io e Ale abbiamo incastrato definitivamente il Doc.

Francesca Palmisano: Tutte quelle dei primi 2 mesi. Non ero assolutamente in grado di gestirmi.

Andrea Tagliabracci: Tutte, perché di carattere mi metto a fare le cose se

Marco Lutzu: La sales di VVX. Avevo il cervello brasato ed avevo paura di non fare in tempo a tirare fuori una roba all’altezza.

26. C’è stato un periodo in cui non avevi ansia da consegna, ti ricordi quanti anni fa è stato?

Daniel Porro: Non ho mai ansia da consegna. Ma io sono un’eccezione.

Roberta Parente: All’asilo! All’asilo non ci assegnavano i compiti per le vacanze!

Mattia Paganelli: ahah

Elena Scaltriti: Non ricordo di aver mai vissuto senza ansia da consegna 😂 Ma il livello direi che si è nettamente alzato negli ultimi due anni

Alessia Cipriano: Blackout totale

Michel Sainville: No, ormai quello è un momento felice che si è perso nella nebbia della memoria infantile.

Leonardo Schickentanz: A dire il vero non ho mai l’ansia di consegna. Quando finisco consegno. E se so di aver dato tutto, non ho motivo di stressarmi troppo.

Davide Filippini: Sono un grafico. L’ansia da consegna è il mio ossigeno.

Nicola Serafini: Mai avuta… l’unica ansia REALE che ho è quella che i bonifici non arrivino quando previsto. Quello sì che mi fa tremendamente incazzare. Le consegne non sono nulla a confronto di un bonifico che non si materializza quando previsto.

Marco Chegai: Non ricordo esattamente quanti anni fa è stato, ma sono sicuro che portavo ancora il pannolino.

Francesca Palmisano: NO.

Andrea Tagliabracci: Alle elementari forse. Oppure all’asilo.

Marco Lutzu: Gli ultimi mesi sono quelli in cui ne ho meno. Faccio più il divulgatore che il copywriter.

27. Come reagisci alle critiche sul copy?

Daniel Porro: Dipende. Se la critica arriva da una persona che ne sa più di me, ascolto e mi metto subito al lavoro per migliorare. Se arriva da un mio collega, analizzo e cerco di capire se quella critica può avere un senso oppure no e mi muovo di conseguenza. Se, invece, arriva da uno che non sa nulla di copy allora lo mando a quel paese per direttissima.

Roberta Parente: La verità? Ci sono un mucchio di persone che mi adorano ma altrettante che letteralmente mi odiano. E me lo dicono pure.
Ecco, diciamo che per salvarmi ho dovuto imparare ad ignorare il 99,9% dei giudizi, sia positivi che negativi, tranne quelli delle 3 o 4 persone a cui tengo davvero e la cui opinione mi pesa come un macigno sul petto. Non è affatto salutare, per la cronaca.

Mattia Paganelli: Non vedo l’ora di riceverle – se provengono da persone intelligenti e non da chi non capisce un cazzo di ciò che faccio. In quel caso le lascio scivolare via come acqua dalle ali di un’anatra.

Elena Scaltriti: Una parte di me vorrebbe prendersi a sassate per non averci pensato prima. L’altra parte fa tesoro delle critiche ricevute.

Alessia Cipriano: All’inizio mi danno fastidio, poi razionalizzo e – qualora siano costruttive – le uso per migliorare il pezzo

Michel Sainville: Piango e mi chiudo in camera per almeno sei ore guardando i video di Britain’s Got Talent in modo da entrare in empatia con questi ragazzi a cui non daresti due lire che poi invece salgono sul palco e tirano fuori delle performance che nemmeno Madonna – e sogno il giorno in cui anche il mio talento verrà riconosciuto in quel modo. Poi ritorno alla normalità.

Leonardo Schickentanz: Sul mio?

Prima le chiedo, poi le detesto. Ma di solito provengono da persone che rispetto moltissimo e quindi ingoio l’amaro e faccio come mi dicono

Davide Filippini: Dipende chi le fa. Se me le fa il Doc o i miei colleghi, sto zitto e ascolto. Se me le fa un babbano ascolto comunque per capire se il ragionamento ha senso, ma mi allontano prima che mi salga il sangue e inizi a fargli presente quanto sia inutile la sua vita.

Nicola Serafini: Bella domanda. Razionalmente so di averne bisogno. Emotivamente una vocina brontola comunque dentro di me, in lontananza, come un’eco lontana nel buio del deserto…

Marco Chegai: La prima reazione è quella di un bambino, ovvero “rispondo dicendo che ho ragione io”. La seconda è quella dell’adulto, ovvero “zitto e ascol- NO HO RAGIONE IO!”.

No scherzi a parte. Tutto questo avviene dentro la mia testa. Cerco di stare sempre zitto e accettare le critiche, perché per quanto difficile possa sembrare accettarle, è l’unico modo per crescere davvero. Troppo melodrammatica? Troppo “dandy”? Io ci credo davvero però mi suona strano scriverla sta cosa, la rifaccio? No? Ok, la prossima.

Francesca Palmisano: Non troppo bene. Fingo di essere tranquilla. Poi vado a casa e abbraccio il cuscino piangendo. A parte gli scherzi, me la cavo, ma ci metto sempre qualche giorno a fare un’analisi oggettiva.

Andrea Tagliabracci: Accetto il feedback tranquillamente e cerco di migliorare

Marco Lutzu: Male. Tutti reagiscono male a meno che non venga da un’autorità davvero superiore. Ma quando sono costruttive ben vengano. In particolare quando si basano su regole oggettive che ho violato e non su un “secondo me …” Per questo chiedo solo a persone che hanno studiato quanto e più di me — o conoscono il target a menadito che è una cosa altrettanto importante. Se non di più.

28. E ponendo il caso che sia illegale picchiare la mamma di chi ti critica?

Daniel Porro: Gli farò recapitare a casa una teglia di tiramisù fit con aggiunta di veleno mortale.

Roberta Parente: Non mi sono mai posta il problema.

Mattia Paganelli: ahah

Elena Scaltriti: Lo dico alla Roby e lei chiama “i suoi amici”

Alessia Cipriano: Di che colore lo compriamo sto divano alla fine?

Michel Sainville: Avendo origini martinichesi ho sempre pensato che avrei dovuto imparare a fare le makumbe e cose simili, ma ancora non mi ci sono messo. Forse ho appena scoperto il mio prossimo obiettivo per il 2018.

Qui abbiamo Michel che cerca di mettere paura alle persone che lo criticano.

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: Gli dimostro scientificamente che la sua vita è totalmente irrilevante rispetto alla complessità del cosmo.

Nicola Serafini: Non ci posso far nulla. Il problema è mio che non la so gestire, non di chi avanza la critica. Detto questo hai ragione, ora farò come mi hai appena suggerito, non ci avevo ancora pensato.

Marco Chegai: Riverserei la mia ira funesta su un altro parente a caso, non è un problema.

Francesca Palmisano: No la mamma no, non si fa.

Andrea Tagliabracci: Mi trombo la sorella.

Marco Lutzu: Picchio solo le mamme di chi non sa quello che dice.

29. Qual è stata la cosa più utile che hai fatto per imparare a scrivere copy tra studiare libri, leggere i materiali dei grandi copywriter e testare su mercati reali?

Daniel Porro: Testare sui mercati reali, scrivere come se non ci fosse un domani e studiare i materiali dei più grandi copywriters.

Roberta Parente: Tutte e tre le cose sono indispensabili, ma credo che i calci nei denti che ti prendi facendo test sui mercati veri siano indispensabili. Una volta ho scritto 3 headline, di cui una la consideravo terribile sia didatticamente che stilisticamente, le misi in test… ed era quella che convertiva di più!

Mattia Paganelli: Fare mappe mentali di ogni singolo corso che ho fatto (o quasi)

Elena Scaltriti: Testare su mercati reali al primo posto. Al secondo, leggere materiali dei grandi copy.

Alessia Cipriano: Secondo me sono passaggi che vanno di pari passo, e non è possibile prescindere da nessuno di essi. La parte di studio e quella pratica viaggiano indissolubilmente insieme.

Michel Sainville: Vendere. Vendere di persona, dal vivo, attraverso trattative reali. Ho venduto per cinque anni un prodotto medicale molto complesso a ospedali pubblici e privati in Italia, Francia, Germania, Spagna, Danimarca e altri paesi Europei, e sono andato pure tre volte a Dubai e negli USA per aprire i due mercati extra-UE con il mio ex-titolare. Non puoi scrivere la sales se non sai chiudere la trattativa dal vivo. Allo stesso modo, se sai chiudere una trattativa la sales ce l’hai già, è nella tua testa e devi solo sbobinarla.

Leonardo Schickentanz: Sono tre cose che lavorano il maniera sinergica. Sono complementari. Di fatto non sei un copywriter se non lo fai e non puoi fare il copywriter se non lo studi. Comunque direi i libri, soprattutto quelli con molti esempi incorporati.

Davide Filippini: Scrivere gli annunci su subito.it

Nicola Serafini: Nessuna delle tre. La cosa più utile è stata senza ombra di dubbio ricopiare A MANO gli annunci migliori della storia.

Marco Chegai: Guarda per quanto possa sembrare una frase fatta, la cosa più utile che ho fatto è stata proprio scrivere copy. Purtroppo il mio odio per la lettura è uno schifo, faccio fatica a studiare, ci metto veramente tanto e mi annoio. Preferisco la pratica.

Francesca Palmisano: Per me è stato come quando ho imparato a nuotare. A un certo punto mio zio mi ha preso e mi ha lanciato in acqua. Mi ha guardato da 3 metri di distanza e mi ha detto: NUOTA. Più o meno è andata così. Comunque la correzione continua di persone già esperte.

Andrea Tagliabracci: Studiare e sperimentare su progetti personali

Marco Lutzu: Tutte queste cose insieme. Non esiste la singola cosa che ti fa svoltare. È il mix di studio e lavoro sul campo. Non c’è altra strada.

30. Quante ore al giorno lavori?

Daniel Porro: Chi ha mai detto che lavoro?

Roberta Parente: Non lavorare mi annoia 😀

Mattia Paganelli: Da 0 a 8 ore. Non so quantificare perché non mi pesa fare ciò che faccio. E per assurdo considero pure lo studio lavoro.

Elena Scaltriti: Questa per me è una domanda difficilissima. Non ho disciplina ferrea sugli orari di lavoro. Mi metto a scrivere in qualsiasi momento. Giorno o notte che sia.

Ci sono giornate in cui non tiro su la testa dalla tastiera per 14 ore (non scherzo)

Altre giornate in cui scrivo due ore e arrivederci

Alessia Cipriano: Quante ore al giorno non lavori?

Michel Sainville: Non riesco in alcun modo ad attenermi ad una scaletta e sono un fervente sostenitore del potere del pepe al culo conferito da una scadenza ravvicinata, quindi ti dico variabile, dalle 6 alle 12.

Leonardo Schickentanz: Impossibile dare una stima. I primi giorni che mi danno un progetto anche 6-8-10. Ma 6-8-10 dove sto alla scrivania a ricercare. Senza contare pause, pranzi, cene, sedute in bagno, etc… 6-8-10 di lavoro, puro. Altri giorni 2 ore. Altri 4. Mentre rispondo a questa domanda per esempio non ho nessun progetto tra le mani quindi 0 e quindi mi limito a leggere molto.

Davide Filippini: Nei periodi di calma dalle 6 alle 8. Se ci sono consegne urgenti non mi fermo finché non ho finito.

Nicola Serafini: Bisognerebbe prima definire “lavoro”. Se intendi scrittura, 3/4 (ma purtroppo alcuni giorni anche meno, per via degli altri impegni). Se includi anche critiche, consulenze, correzioni e tutto ciò che è comunque “lavoro” pur non essendo scrittura, allora 5/6.

Marco Chegai: Se contiamo anche le ore di studio – che per quanto faticose siano me le sono recentemente imposte facendo una promessa a me stesso – direi una media di 7/8 ore al giorno.

Francesca Palmisano: Di media 4, cioè tanti giorni a fare niente tanti giorni a morire male.

Andrea Tagliabracci: Dipende dal periodo. Non saprei.

Marco Lutzu: Da quando mi alzo a quando torno a letto. Ma più vado avanti più riesco a lavorare solo su cose che mi interessano realmente. Delego brutalmente tutto il resto. Anche a costo di lasciare tanti soldi sul piatto. Per quanto riguarda la scrittura massimo 4 ore al giorno.

31. E togliendo le pause Netflix, Tinder, Facebook, Instagram e Whatsapp?

Daniel Porro: Questi sono tutti strumenti per trovare ispirazione!

Roberta Parente: dehiohoh

Mattia Paganelli: ahah

Elena Scaltriti: Ahahah infatti metto il Non disturbare e via.

Alessia Cipriano: Togliendo? Perché? Sono una parte fondamentale della parte di ricerca di un copywriter. Netflix primo tra tutti.

Michel Sainville: Quando si tratta di scrivere – specie se devi creare da zero dei materiali per un cliente e devi farti venire delle idee – un po’ di sana distrazione ti permette di inciampare su quel collegamento inaspettato, ma interessante, fra l’ultima puntata di Game Of Thrones e la lettera di vendita che devi consegnare. Giuro è importante. Davvero.

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: Mentre lavoro a un pezzo di copy spengo tutto. Ho pause da 10 minuti ogni 50 di lavoro in cui pazzeggio.

Nicola Serafini: Le avevo già tolte! :-p

Marco Chegai: 45 minuti.

Francesca Palmisano: Quello è lavoro, mi documento.

Andrea Tagliabracci: Allora forse meno del dovuto 😀

Marco Lutzu: Da quando mi sono imposto di non lavorare più nelle chat di Facebook sono rinato. Perdo molto meno tempo.

32. Qual è la bevanda indispensabile per un copy?

Daniel Porro: Kaffèèèè!!1!!!1!

Roberta Parente: kaffèèèèèè lungo nella tazza di GoT.

Mattia Paganelli: Non lo so, la mia è acqua d’estate, té verde d’inverno.

Elena Scaltriti: Il magico infuso del dr Lutz

Alessia Cipriano: Caffeina endovena

Michel Sainville: Ovviamente l’acqua di cocco.

Leonardo Schickentanz: 

Davide Filippini: Acqua naturale a temperatura ambiente. L’idratazione del cervello è la chiave per lavorare bene.

Nicola Serafini: Caffè. Ovviamente!

Marco Chegai: Io ho la flebo di caffè. Sarà scontato e cosa ti pare, però seriamente, se bevi il mio sangue stai sveglio 4 giorni di fila.

Francesca Palmisano: Sono due. Complementari come il sole e la notte. Il cafè per poter fisicamente scrivere. Il vino per dimenticare di averlo fatto.

Andrea Tagliabracci: Il nettare di una donna…

Marco Lutzu: Il caffè. The solo se soffri di ansia o attacchi di panico. Ma in quel caso curati e ricomincia a bere caffè. È davvero indispensabile. L’alcol invece è molto sopravvalutato. Va bene per i romanzieri. Non per il copy.

Ecco un copy che rovescia il caffè nel piattino

33. Dove trovi il tempo di cucinare?

Daniel Porro: Di solito preparo i pasti per il giorno dopo all’una di notte.

Roberta Parente: Il bello di abitare in Darsena a Milano è che ci sono tipo 300 ristoranti in un raggio di 2 km da casa mia :p

Mattia Paganelli: Dove ho trovato il tempo di rispondere a queste domande ahah. Comunque ottimizzo mettendo quasi sempre un audiolibro o un corso mentre cucino e mangio.

Elena Scaltriti: Ho delegato l’incombenza a Dani ahahah.

Alessia Cipriano: Tonno in scatola e passa la paura

Michel Sainville: Ultimamente mi sto nutrendo solo di tartare, frutta e zuppe bio già pronte. Quando sono a casa, cioè circa 2 o 3 sere a settimana. Mi sa che un effetto collaterale del copy, lavorando da casa, è quello di andare a mangiare fuori praticamente tutti i santi giorni.

Leonardo Schickentanz: Delego il compito.

Davide Filippini: La mia alimentazione è composta al 90% da tonno in scatola. In 10 minuti ho cucinato e mangiato.

Nicola Serafini: A mezzogiorno, quando finisco di scrivere.

Marco Chegai: Ah, per questo sono un genio: NON CUCINO. Compro tutto in busta. Tonno in busta. Affettati in busta. Solo la sera accendo un fornello e ci cuocio il pollo o il tacchino. Per il resto tutto in scatola. Di questo passo ho fatto i calcoli: prevedo di rimanere in vita fino ai 53 anni.

Francesca Palmisano: Dipende: togliere roba dal frigo e metterla nella mia bocca è cucinare?

Andrea Tagliabracci: Se non lo trovo chiamo mia mamma.

Marco Lutzu: Non cucino. Mangio sempre e solo in ristorante. Infatti in pratica lavoro per mangiare dal momento che a Lugano tra pranzo e cena vanno via 200 o 300 franchi al giorno (se non mangio da solo). 

34. Quante volte al giorno pensi al copy?

Daniel Porro: Troppe.

Roberta Parente: Per il compleanno del mio tipo gli ho scritto una sales letter con tanto di OTO varie. Le ha comprate tutte.
Il regalo era un PDM.

Mattia Paganelli: Che ne so, è la mia vita.

Elena Scaltriti: Tante, ma non ne sono ossessionata.

Alessia Cipriano: Cerco di trovare dei momenti per pensare anche ad altro.

Michel Sainville: Costantemente. Ormai non riesco nemmeno a comprare i fazzoletti all’Esselunga senza giudicare il copy del pacchetto. È diventata una malattia.

Leonardo Schickentanz: Prima tutto il giorno. Adesso meno.

Davide Filippini: Ormai ragiono solo in copy. Nelle relazioni, quando cazzeggio, quando preparo gli esami universitari.

Nicola Serafini: Ma che domanda è? Ahahahah

Marco Chegai: Ora non esageriamo dai, manco me lo scopo!

Francesca Palmisano: Tutto il giorno più o meno. Non saprei contare. Direi che non ci penso per 8 ore di sonno e 1 ora di… ma sulla seconda non sono sicura e a volte lo sogno.

Andrea Tagliabracci: Boh, che domanda è questa ahahaha

Marco Lutzu: Raramente penso ad altro.

35. Sei soddisfatto dei tuoi guadagni?

Daniel Porro: Come col cibo, ho sempre fame.

Roberta Parente: Sarò soddisfatta quando potrò permettermi di comprare un’isola e di costruire un enorme parcogiochi a tema impero romano!

Copygirlssssss

Mattia Paganelli: Sì. Ma il prossimo anno voglio guadagnare come minimo il doppio di adesso.

Elena Scaltritti: Si può fare di moooooooolto meglio. Ciò non toglie che il livello di libertà che ho per me non abbia prezzo.

Alessia Cipriano: Abbastanza, ma diventerò ricchissima.

Michelle Sainville: No, Amazon è soddisfatta dei miei guadagni. Anche l’enoteca sotto casa e la Vueling sono piuttosto felici. Io fra un po’ manco li vedo i soldi, il mio conto corrente è un colabrodo. Comunque il lato positivo è che una mia ora da copy adesso vale quasi il doppio di un’ora da dipendente, nonostante fossi pagato benino, con macchina aziendale eccetera.

Leonardo Schickentanz: Onesto? Neanche un po’. Ma sono consapevole di essere l’epicentro di ciò che mi accade attorno, quindi mia e solo mia è la colpa dei miei miseri guadagni. Più vado avanti più mi rendo conto che le persone sono convinte di meritarsi più di ciò che hanno. Quando in verità hanno esattamente ciò che si meritano. Quindi se guadagno poco, è perché in questo momento me lo merito.

Davide Filippini: Per ora no perché faccio solo lavoretti per me e il copyteam non mi da molto da fare, ma sono sicuro che sia solo un momento di passaggio e che nel lungo termine avrò delle belle soddisfazioni.

Nicola Serafini: Solo il giorno che mi arriva un bonifico. Gli altri 27/28 no.

Marco Chegai: Beh, mi permette di dare una mano in casa e di non preoccuparmi di niente. Mi da la libertà di cui ora necessito… però no. Non lo sono. Da piccolo ho sempre detto che sarei diventato milionario, e i miei amici da una vita ne sono convinti, quindi non vedo perché dovrei essere soddisfatto.

Francesca Palmisano: Sì, ovviamente ambisco a di più, ma per i primi sei mesi, sì.

Andrea Tagliabracci:  Non ancora del tutto.

Marco Lutzu: Si. Voglio guadagnare sempre di più perché sono parecchio avido, mi piace comprare un sacco di Jordan — ed in generale spendo come un degenerato. Ma nel complesso sono più che soddisfatto. E’ davvero figo guadagnare tutti questi soldi in maniera completamente legale.

36. Marco Lutzu è simpatico anche dal vivo o come capo è insopportabile?

Daniel Porro: È sardo. Devo aggiungere altro?

Roberta Parente: Dopo un paio di bicchieri di Sangiovese diventa il sardo più adorabile del pianeta.
È anche un grande amico e il miglior partner lavorativo che si possa desiderare. Benedirò sempre il giorno in cui lo conobbi e per dimostrargli la mia stima mi scrissi il suo battlecry sul braccio ahahaha (L’ho fatto davvero ma preferisco non parlarne).

Mattia Paganelli: Vieni a conoscerlo personalmente ad suo corso e scoprilo di persona ;P

Elena Scaltriti: MARCO LUTZU PERSONA FALZAH <3

Alessia Cipriano: Marco è un amore in ogni situazione

Michel Sainville: Il mio rapporto con Marco nella vita reale è costituito al 70% da Spritz, al 20% da cene al ristorante e al 10% da: “Oh Michel, come sei messo con quel progetto?”

“Tutto in regola. Ti va uno Spritz?”

“Certo, perché no.”

Quindi direi che meglio di così non poteva andare.

Leonardo Schickentanz: È uno dei pochi esseri umani con cui sono contento di condividere il mio ossigeno. Semplicemente il migliore, come capo e come persona.

Davide Filippini: E’ surreale per me passare dai capi bresciani che parlano a grugniti e bestemmie, a un Marco Lutzu che ti tratta come se fossi un talento da coltivare. Mi sento molto fortunato a lavorare per lui e la Roby

Nicola Serafini: Solo chi ci lavora a stretto contatto ogni giorno può capire quanto sia realmente una persona più unica che rara. Per tutti gli altri… mi dispiace per voi.

Marco Chegai: Marco Lutzu è il miglior Master che questa gilda magica di copywriter potesse desiderare (perdonami, è un periodo che mi sto infognando con l’anime Fairy Tail, non ho saputo resistere).

Francesca Palmisano: Lutzu è un cuore. E se queste risposte dovevano essere anonime ora si sa chi ha scritto, perché “cuore” lo dico solo io.

Andrea Tagliabracci: È simpatico. Come anche Roberta Parente 😀

Marco Lutzu: Gli voglio bene anche se a momenti sul serio non lo sopporto.

Le cose che hai imparato da questa intervista

Tra gioco e serietà, ci sono diverse lezioni che puoi portarti a casa dopo aver letto questa intervista:

  1. Hai scoperto che i copywriter sono davvero (ma davvero) strani;
  2. Che ci sono alcuni che hanno paura delle scadenze e altri che invece se ne infischiano;
  3. Addirittura esistono copy che non bevono caffè!
  4. Certi copy studiano davvero tanto tanto tanto, e altri che invece preferiscono scrivere;
  5. C’è chi fa molte ricerche e chi invece… meno;
  6. Alcuni scrivono tantissime headline e altri non più di… una;
  7. Certi esemplari lavorano tantissimo e altri molto poco;
  8. Per alcuni di essi scrivere è vita, altri lo detestano letteralmente;
  9. I copywriter sono maniaci sessuali o comunque con patologie psichiche;

Ma la cosa più importante, la morale che scaturisce da tutte queste lezioni, è che ogni copy è diverso dall’altro per attitudine, stile, modo di lavorare e di operare. Ognuno ha un approccio diverso nei confronti del copywriting.

Ho rubato questo schema da una “intervista multipla” ad un libro che ho amato molto, che poneva le domande più svariate ai più grandi scrittori viventi, da Stephen King alla Rowling.

E la lezione di questo libro era “non cercare di imitare nessuno, sii semplicemente te stesso”. Qui ho provato a fare la stessa cosa, ho provato a dimostrarti che nessuno di noi cerca di emulare in alcun modo Marco Lutzu (a parte Mattia che ha risposto alla prima domanda nello stesso modo ma vabbè, è stato causale, giuro). E non dovresti farlo nemmeno tu.

Certo che è il miglior copywriter che conosciamo, ma imitarlo significherebbe snaturarci, impedire ai nostri veri talenti da copy di venir fuori. Significherebbe avere un tipo di scrittura falso, costruito, pesante, innaturale.

Non cercare di essere come Marco Lutzu.

E se stai pensando che non ce la farai mai perché odi scrivere, beh, rileggi le risposte alla seconda e alla terza domanda… perché sì, qualcuno tra noi ama scrivere, ma altri lo detestano, eppure siamo tutti nello stesso gruppo, selezionati per essere i migliori copywriter d’Italia.

Hai ancora paura di scrivere?

Cosa c’è? Qualcuno di noi ti sta sulle palle? Non vuoi diventare come qualcuno che odi?

Ti capisco, certi copy li prenderei a fucilate. Così arroganti, e spocchiosi, e antipatici (che io stia parlando di me stessa?)… Ma qui leggi 13 risposte, di 13 persone diverse. Ci sarà qualcuno tra questi che risuona con la tua personalità, che letteralmente “ti piace”, no?

E allora non temere, non devi essere come chi odi per diventare un bravo copywriter, potrai decidere di ispirarti a chi desideri. A chi preferisci. Tutti gli altri resteranno sullo sfondo.

A cosa ti serve sapere che puoi farcela?

Ora immagina di poterti dedicare a questa disciplina. Di cambiare radicalmente le tue giornate, investendo il tuo tempo nella produzione di materiali di marketing, senza che questo rappresenti più un ostacolo, perché scrivere ti verrà facile e naturale.

Immagina il tuo ufficio pieno di pacconi pronti per fare strage di clienti, di salesletter, newsletter, immagina il tuo blog zeppo di articoli, e poi il tuo libro pronto, finito, con la copertina stupenda.

E poi ricordati di non poter realizzare nulla di tutto questo.

O meglio, puoi solo se ti lasci aiutare.

Da solo non puoi farcela, diciamoci la verità. Detesti scrivere copy. Ma puoi cambiare.

Se impari ad amare il copy come lo amiamo noi.

Se capisci come fare a trasformare una cosa che ora odi, ti annoia e ti scoccia, nel momento più piacevole della giornata.

Non sai come fare?

Beh, si vocifera che ci sia un luogo in cui puoi scegliere un tutor privato (tra quei matti di cui hai letto le risposte poco fa) che si prenderà cura di te e del tuo copy, facendoti letteralmente impazzire dalla voglia di scrivere. Ti mischierà la copyte! Una malattia di cui è affetto ogni singolo membro del copyteam, come hai potuto verificare tu stesso.

Qual è questo luogo magico?

Ma è ovvio: la Copy Academy.

Compila il form che trovi in fondo a questa pagina e attendi pazientemente di essere valutato da un nostro venditore per capire se sei abbastanza folle da addentrarti in questa avventura.

Ti aspetto lì,

Roberta Parente

Il viaggio dell’Eroe: conquista la fiducia dei tuoi clienti con la tua storia personale


Nessun cliente può appassionarsi ad un’azienda senza volto così come nessuno spettatore può appassionarsi ad un film senza protagonista.

Eppure i clienti appassionati, cioè i fan, sono proprio quelli che ti servono maggiormente perché non solo comprano ma in più ti seguono, partecipano alla discussione, condividono i tuoi materiali e rilasciano meravigliose testimonianze.

Devi avvicinarti a loro, permettergli di entrare in risonanza con te, capire davvero chi sei e perché quello che fai non è partorito dal mero interesse economico, ma da motivazioni più nobili e di più ampio respiro.

C’è un solo modo per fare questo: raccontargli la tua storia.

Perché è fondamentale fare questa cosa?

Perché tu in qualche modo lo devi spiegare ai clienti come sei arrivato a fare quel lavoro. Devi spiegare da dove ha avuto origine la tua passione per quello che fai. Se non lo spieghi, il cliente penserà che sei un mercenario e che se prometti di consegnare la roba dopo una settimana e poi invece la mandi dopo un mese fa niente, perché di base te ne freghi del tuo lavoro.

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Perché dovresti imparare il copywriting? Te lo svela una scena censurata dalla seconda stagione dei Cavalieri dello Zodiaco.

Senza che scorri subito in fondo alla pagina per vedere chi sta scrivendo e poi tornare su per leggere l’articolo, mi presento subito: sono di nuovo io, NitroNick (ormai non provo più nemmeno a scrollarmi di dosso il soprannome che mi ha scherzosamente affibbiato il Dr. Lutz). E sì, anche l’articolo di oggi lo scriverò io.

Non ci sono oscuri complotti dietro né “scalate al potere” per prevaricare i miei sodali del CopyTeam: semplicemente uno di loro ha avuto un imprevisto e mi sono offerto di sostituirlo. In cambio lui sostituirà me la prossima volta, quindi stai pure tranquillo: anche se ora ti obbligo a sorbire due miei articoli di fila, poi sappi che per almeno un paio di mesi ti lascerò in pace.

(E per quanto mi senta in colpa verso di te, cercherò di annegare il dispiacere con il sole e il mare, visto che abito a pochi metri dalla spiaggia).

Sono rientrato ieri sera da una brevissima vacanza. Se hai letto l’articolo della scorsa settimana, forse ti ricorderai che quell’articolo lo avevo scritto mentre ero in vacanza all’Isola d’Elba. E come ogni volta al rientro da qualche viaggio, di lavoro o di piacere, mi sento estremamente confuso e disorientato.

Ho una lista infinita di cose da inserire in agenda, e non so nemmeno da dove cominciare visto che è già piena di scadenze. 

Invece di sentirmi riposato per la vacanza sono più stressato di quando sono partito, e ho la testa che mi scoppia. Eppure, in tutto questo, mi sono preso l’impegno di scrivere un altro articolo…

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Come scrivere la prima bozza di un articolo di 3167 parole in appena 43 minuti, quando NON hai uno straccio di idea e NON sai cosa scrivere – imparando a manovrare la diga che hai nel cervello

Ci siamo, oggi tocca a me. Forse ti sarai accorto che noi del Copy Team facciamo una sorta di staffetta, e ogni settimana ci diamo il cambio per la scrittura dell’articolo del blog. Ecco, questa settimana tocca a me.

Il problema è che… non ho avuto nessuna “illuminazione”.

Nessuna idea folgorante che ti coglie nel bel mezzo della notte.

Nessuna folgorazione spettacolare.

Nada.

Eppure l’articolo devo scriverlo lo stesso. E infatti… è quello che sto facendo.

Anzi, è proprio di questo che ti voglio parlare, e cioè come tirare fuori dal cilindro un articolo per il tuo blog – o un qualsiasi altro pezzo di copy – quando non hai nessuna idea specifica.

Può sembrare una provocazione – e in parte lo è – ma in questo articolo voglio dimostrarti che è possibile partorire un pezzo di copy anche se quando ti siedi alla tastiera non hai nessuna idea specifica. E lo farò dimostrandotelo direttamente.

Come dicono in tanti nel mondo del copywriting, “nessuna argomentazione sarà mai più potente di una dimostrazione”. Francamente ti confesso che non ricordo nemmeno chi sia stato il primo a dire questa frase, che viene tramandata e ripetuta da tutti i più grandi copywriter della storia.

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Se stai iniziando a scrivere copy, questa sales letter criticata è l’ideale per te

“Ok il copy, ma nella sostanza… come si fa?”

Questo articolo vuole essere rapido, diretto al punto e d’aiuto – per te che in questo momento non sai esattamente come districarti nella foresta di informazioni sul copy.

Magari hai sentito parlare di sales letter e dei risultati strepitosi che portano a chi ne scrive di efficaci. E magari ne hai iniziata a scrivere anche tu una, adesso.

Tuttavia ti senti un po’ confuso…

Hai studiato corsi, letto articoli e materiale per scrivere copy efficace… ma passare dalla teoria alla pratica è più complicato di quello che sembrava.

I pezzi che hai scritto non ti convincono sino infondo… eppure pensi di aver applicato le regole alla lettera e non riesci a capire cosa c’è che non va! E questa sensazione di insoddisfazione non ti da tregua…


Ti senti mai così dopo aver scritto un pezzo di copy?   

Quindi…

Con questo articolo ho deciso di estrarre dallo scrigno segreto dei file sul gruppo privato Copy Academy una critica ad una sales letter piuttosto particolare.

Perché ho scelto di mostrarti questa critica?

Primo, perché credo potrebbe interessarti scoprire concretamente come funzionano le critiche all’interno dell’Academy.

(E quindi capire in che modo sono di radicale impatto nel rapido miglioramento degli iscritti).

Secondo – e ancora più importante – l’ho scelta perché la sales letter che ho criticato la considero caratteristica di chi inizia.

Perciò, se ti stai affacciando adesso al mondo del copywriting, ci sono ottime possibilità che il pezzo che hai scritto sarà qualcosa di simile a quello che stai per leggere…

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“Death Parade” – La Parata della Morte ti svela la leva emotiva che NON stai utilizzando (come potresti) per convincere gli altri a fare ciò che vuoi

Due ascensori si fermano contemporaneamente allo stesso piano…

… le porte si aprono, ed escono un uomo e una donna.

Una coppia.

Si guardano agitati e, stringendosi forte le mani, si parlano:

<Amore! Dove ci troviamo?>

<Non lo so… non ricordo proprio nulla…>

<Neanche tu?!>

<Allora siamo in due>

Davanti a loro si estende un corridoio che somiglia molto ad un ingresso di un ristorante caratteristico giapponese: un lungo tappeto rosso decora il pavimento e una delle pareti che ne definiscono i confini è una bellissima vetrata che sfoggia delle canne di bambù e un laghetto incorniciato con alcuni sassi.

Delle piccole luci posizionate a terra ai lati del corridoio illuminano l’unica via percorribile dalla giovane coppia.

Takashi e Machiko (i nomi dei due giovani) arrivano davanti al bancone di un antico e maestoso lounge bar.

Dietro al banco, c’è un barman che accoglie i due con un solenne:

<Accomodatevi: benvenuti al Quindecim, signori.

Lasciate che mi presenti: sono Decim il barman, al vostro servizio.>

 

L’insolito gioco da bar al quale non vorresti MAI giocare

Decim, il barman

<Riuscite a ricordare il momento in cui siete arrivati qui?>, incalza cortesemente Decim.

Come detto prima, i due non ricordano nulla, tranne che erano in viaggio di nozze.

Dove si trovano questi due?

Cosa gli è capitato?

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L’Università Fa Schifo: svelato l’inganno che i professori vogliono nascondere tutti i costi agli studenti ignari, più l’unico modo per monetizzare SUBITO il tuo percorso di studi

Corona d’alloro. Spumante e festeggiamenti.

Finalmente la tanto agognata discussione di laurea è arrivata e, dopo tanti sacrifici, eccoti pronto a sbocciare la tua bottiglia di “Dompe” che, diamine, costa uno svario ma l’attimo di gloria te lo meriti tutto in quel momento.

So come ci si sente.

In pratica quando esci dall’aula della discussione, comunque sia andata, senti come se una pietra grossa quanto la tua stessa casa rotolasse via da sopra il tuo corpo…  e nello stesso tempo ti senti leggero, come se ti librassi in aria guidato da un flebile venticello di primavera – accompagnato dal canto degli uccellini e dalla Marcia di Radetzky che si diffonde incontrastata tutt’intorno a te.

Tutto bello. Parenti in lacrime, amici che ti regalano i fiori…

… e professori entusiasti che appena giri l’angolo buttano le pagine contenenti sudore e sangue delle tue stanche membra nel primo cassonetto che trovano.

Già, la tua preziosa tesi – dopo che hai discusso la laurea – viene considerata tanto importante quanto quel lungo pezzo di carta vicino al water che usi subito dopo aver assolto i tuoi bisogni primari e, spesso, viene gettata dentro ad cassonetto buio e puzzolente.

L’ultima foto della tua tesi. Ecco dove è finita dopo la discussione.

Sì è brutto.

Te lo dice una studentessa intenta a scrivere la tesi magistrale proprio in questo periodo. È brutto un bel po’.

Ma questo non significa che sia una cosa sbagliata.

So che nella tua mente “La Laurea” è sicuramente uno degli obiettivi più sudati ed importanti mai raggiunti nella tua vita.

I professori, però, assistono a centinaia di discussioni di tesi ogni anno e, per quanto ognuna a suo modo sia speciale e molto interessante, per tenere tutti i libretti in archivio servirebbe un’ala ovest – che quella nel castello della bestia disneyana può accompagnare solo – in più all’interno di ogni università.

Per il bene del pianeta, è cosa buona e giusta riciclarle e farne nuova carta per nuovi studenti che scriveranno nuove tesi – che verranno a loro volta riciclate per diventare carta nuova da riutilizzare (al bagno magari).

Detto sinceramente, credo sia l’unica soluzione intelligente.

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Come cambiare le carte in tavola al gioco della Blue Whale

Un gioco online che incoraggia i giocatori a completare una serie di 50 missioni sempre più inquietanti è stato collegato a 130 casi di suicidio di adolescenti russi negli ultimi due anni

 

Quando sono incappato per la prima volta in questa storia, ho pensato che fosse proprio una gigantesca boiata, ma siccome adoro le leggende metropolitane ho deciso di approfondire la questione. 

Il gioco, conosciuto come il gioco della Balenottera Azzurra, è finito sui giornali internazionali (sul serio) domenica scorsa, dopo che due ragazzine sono saltate giù da un palazzo di 14 piani nella città di Krasnoyarsk, in Siberia.

Ma di che razza di gioco si tratta? E cosa c’entra col marketing?

La premessa del gioco richiede che chi si registra accetti di seguire istruzioni sempre più bizzarre nell’arco di 50 giorni.

Queste istruzioni vengono date ogni giorno da un padrino, che segue personalmente il singolo giocatore.
Al termine della giornata, devi inviare al tuo padrino delle prove per dimostrare che hai completato la missione che ti è stata assegnata, in modo da poter passare alla successiva.
Alla fine dei 50 giorni, vinci la partita tentando il suicidio.

 

giphy
Non fa una piega!

 

Le notizie dicono che ai ragazzini, particolarmente attratti da queste bizzarre sfide, viene ordinato di guardare film horror tutto il giorno, o di ascoltare in modo ripetitivo una particolare canzone e poi di svegliarsi nel cuore della notte, alle 4:20.

Questo gioco si sarebbe diffuso originariamente sul social Vkontakte, il facebook russo. Il gruppo originario è stato chiuso dalla polizia, ma pare ne siano stati aperti molti altri simili.

A febbraio di quest’anno, una giovanissima ragazza si è suicidata, in un incidente che pare sia stato attribuito dagli investigatori al gioco della Balenottera Azzurra (è leggermente difficile fare le ricerche sui siti russi).

yulia

 

Nello stesso mese, altre due ragazzine si sono suicidate per lo stesso motivo. Ad oggi, il conto dei teenagers spinti al suicidio da questo gioco è considerato superiore ai 130 perché hanno lasciato dei messaggi sui loro profili dei social media scrivendo “Fine”, così come richiesto dai loro padrini.

Il nome del gioco, la Balenottera Azzurra, viene dal fatto che occasionalmente le balenottere azzurre si arenano e muoiono sulla spiaggia, senza nessun motivo evidente.

Quindi come funziona?

In pratica su VKontakte ci sono dei gruppi a cui chiunque si può iscrivere per accettare la sfida e giocare al gioco della Balenottera Azzurra. Una volta che ti sei iscritto al gruppo e hai scritto sulla bacheca “voglio giocare al gioco”, ricevi un messaggio privato con un link.

Cliccando questo link, il PC si infetta ed invia una serie di dati privati agli amministratori, che li usano per minacciarti nel caso in cui tu voglia abbandonare la partita.

La trascrizione di una conversazione portata avanti da un agente in incognito (un genio dell’investigazione) con uno dei padrini è andata più o meno così:

 

“Voglio giocare al gioco”

“Sei sicuro? Non si può tornare indietro.”

“Sì. Ma cosa significa che non posso tornare indietro?”

“Che non puoi smettere di giocare al gioco, una volta che l’hai cominciato, devi completare ogni missione in modo diligente, e nessuno deve saperlo. Quando l’hai portata a termine, devi mandarmi una foto. Alla fine del gioco dovrai morire. Sei pronto?”

“E se volessi smettere?”

“Io ho tutte le tue informazioni. Ti verranno a cercare.”

 

La prima richiesta del curatore è stata quella di intagliarsi la scritta F58 nel braccio. L’agente in incognito ha inviato un’immagine photoshoppata per proseguire alla missione successiva, ma il curatore ha immediatamente smesso di rispondere.

 

giphy (1)Complimenti per un lavoro ben fatto!

 

Ad oggi, pare che la polizia russa non sia mai riuscita ad arrivare in fondo al gioco per ottenere prove schiaccianti riguardo all’effettiva istigazione al suicidio. Hanno provato anche a chiedere l’aiuto di Sherlock Holmes, ma Conan Doyle non era momentaneamente disponibile.

 

Comunque qualche progresso c’è stato.

Nel 2016, il fondatore del gioco, il ventunenne Phillip Budeikin, è stato arrestato e accusato di aver creato otto cellule separate ed indipendenti di curatori fra il 2013 e il 2016 per promuovere il suicidio fra i teenagers. 

Dopo il suo arresto, la polizia russa ha annunciato una riduzione di questo tipo di casi. Anche se c’è la paura che i ragazzi si stiano ancora facendo influenzare dalle cellule rimaste attive sui social media.

La notizia è stata riportata su testate giornalistiche russe, inglesi come il Mirror e in Italia su Il Messaggero e sul Giornale, tuttavia è difficile capire quanto, di questa storia sia realtà e quanto leggenda.

Innanzitutto in Russia c’è già un tasso di suicidi fra i minori abbastanza alto. Nel 2013, 461 adolescenti si sono tolti la vita e ancora non è stato possibile trovare prove schiaccianti che colleghino il gioco ai casi sospetti.

Quindi è ragionevole credere che ragazzi depressi e con tendenze suicide si avvicinino ai gruppi sui social media che affrontano queste tematiche, e che non siano i gruppi in primis a spingerli a tentare il suicidio. Gli investigatori non sono ancora arrivati in fondo a questi tragici casi, e la leggenda metropolitana continua indisturbata ad alimentarsi.

Io non so se sia vera o falsa, e non ho alcuna intenzione di registrarmi a VKontakte per scoprirlo. Sicuramente la verità starà da qualche parte nel mezzo. 

 

budeikin

Quello che mi ha colpito è che Budeikin, il ragazzo arrestato, ha dichiarato di aver creato uno “strumento di marketing” che non c’entra nulla col suicidio, al che la polizia russa gli ha detto: “Ah, ci scusi, probabilmente abbiamo sbagliato persona, vada pure.”, e l’ha rilasciato.

È proprio qui che ti volevo portare.
Non a riflettere sul modus operandi della polizia russa, ma a questa domanda: c
osa c’entra un “gioco” come quello della Balenottera Azzurra col marketing?

 

Io finirò all’inferno per aver usato la storia dei ragazzini morti per spiegare questo concetto, quindi fammi il favore di seguirmi con attenzione:

I meccanismi psicologici che portano le persone ad agire funzionano allo stesso modo sia per criminali che per i santi.

Il gioco della Balenottera Azzurra segue uno schema preciso:

  1. Delle persone in target con un certo tipo di messaggio vengono attratte dal gruppo.
  2. Chiedono di essere messe in lista per iniziare a giocare.
  3. Iniziano a ricevere una serie di comunicazioni QUOTIDIANE che spingono all’azione.
  4. Se la persona compie l’azione, gli viene richiesto di fare investimenti sempre più grandi.

 

Ti suona familiare?
Dovrebbe.

È più o meno quello che dovresti fare tu con i tuoi clienti, e prima che tu rifiuti questa mia affermazione perché il contesto è drammaticamente diverso, ti faccio due domande:

 

  • Perché dev’essere più facile creare un sistema che spinga i ragazzini a lanciarsi dai palazzi come Dodo giù da una scogliera, che vendere un servizio creato apposta per aiutare le persone?
  • Perché le strategie di persuasione più efficaci vengono usate dagli psicopatici, dai criminali e dai truffatori, e non dalle persone oneste?

 

La risposta è questa.


A differenza tua, i criminali non si fanno scrupolo nel chiedere, nell’essere pressanti e sempre presenti per lavare il cervello delle loro vittime affinché si pieghino al loro volere, m
entre tutto ciò che nasce in buona fede per fare il bene delle persone incontra un enorme problema: quando sei nel giusto, pensi che i clienti capiranno da soli come agire nel loro migliore interesse. Purtroppo questo non succede.

 

Vuoi che siano loro a “venire a te” per comprare, senza insistere, senza manipolare, senza spingere.
Ma questa è una psicologia da acquirente, non da venditore, che ti porta a pensare che mandare una mail al giorno sia troppo, perché rischi di risultare troppo assillante.

Pensi che, forse, mettere un richiamo all’azione al termine di OGNI tua comunicazione sia eccessivo, e pensi che ripetere costantemente la tua offerta ai clienti potenziali sia controproducente perché poi le persone si stufano – ed è un po’ lo stesso motivo per cui dopo un po’ di tempo abbandoni i clienti potenziali a loro stessi, perché “a quest’ora dovrebbero essersi già convinti!”

Nelle giornate “No!” ti ritrovi anche a pensare che i tuoi clienti siano stupidi perché non capiscono che stai agendo nel loro migliore interesse e che tutta questa diffidenza nei tuoi confronti non ha assolutamente alcun senso.

Quindi vuoi che capiscano perché tu sei meglio dei tuoi concorrenti, da soli.
Ma i clienti non sanno distinguere il bene dal male, o un affare da una fregatura.
Comprano semplicemente da chi sa vendere meglio e continuano a farsi fregare per tutta la vita.

Quei ragazzini in Siberia sono stati catturati da un gioco che li ha manipolati fino a portarli alla rovina. Qualcuno avrebbe potuto usare lo stesso sistema per attrarre questi ragazzini depressi in un gioco altrettanto intrigante e sfruttare la loro debolezza per manipolarli FUORI dalla depressione, e fargli apprezzare nuovamente la vita?

Probabilmente sì.

In quel caso, quella sarebbe stata una meravigliosa opera di bene, fatta nel 3° paese al mondo per tasso di suicidi minorili.
Peccato però che il ministero degli interni Russo abbia problemi sociali più grandi con cui confrontarsi, tipo ridurre il numero di morti accidentali provocate da foto con selfie-stick.

 

977Giuro che questi sono i simboli reali di una campagna lanciata in tutta la Russia perché la gente si stava ammazzando a furia di selfie “rischiosi”.

 

Ora, probabilmente tu non ti ritrovi a vendere il tuo prodotto a persone che immaginano di lanciarsi dal tetto di un palazzo o che si fanno le foto appesi ai tralicci della corrente, tuttavia la psicologia di fondo resta la stessa: le persone non sanno come affrontare i problemi, piccoli e grandi, della loro vita e ogni volta che possono cercano semplicemente di evadere.

Per questo motivo tu DEVI vendere il tuo prodotto come se fossi un “Criminale Bianco”, perché se non vesti questi panni non riuscirai mai ad aiutare i tuoi clienti. Continueranno a comprare dai tuoi concorrenti più disonesti e bugiardi che – sapendo di non avere un prodotto vero sul quale appoggiarsi – usano dei sistemi di vendita più sofisticati dei tuoi.

Devi sapere che una persona disonesta parte con questo enorme vantaggio psicologico: sapendo di non avere in mano nulla di buono per la persona che vuole manipolare, è preparato alla diffidenza. La comprende e si fa le domande giuste per superarla. Non pensa che i suoi clienti siano stupidamente diffidenti perché SA che in realtà hanno ragione loro e quindi dedica tutti i suoi sforzi per rendere la sua strategia ancora più persuasiva ed efficace.

È comprensibile che, non volendo avere niente a che fare con questo genere di personaggi, tu abbia sempre rifiutato l’idea di comportarti come loro. Infatti in questo pezzo non sto cercando di convincerti dell’idea di mettere in atto una sorta di “truffa etica” perché non esiste una cosa del genere, così come non esiste la “vendita etica”, come è stato spiegato più volte da Frank e Marco in varie occasioni.

Esiste la vendita, punto. I tuoi clienti potenziali comprano da te oppure no. Fine.
Se quando comprano sono felici e non si suicidano, bene, hai fatto il tuo lavoro.
Più clienti riesci a servire, maggiore sarà l’impatto positivo che avrai sulla società.
Quindi, qualunque strumento di marketing tu decida di usare, non sarai mai simile in nulla ad un criminale come Budeikin, nemmeno se entrambi scrivete tutti i giorni ai vostri clienti e gli chiedete di fare cose strane (tipo comprare i tuoi prodotti venduti con un premium price, e anche in fretta perché a mezzanotte scade l’offerta) perché l’intenzione con cui vi muovete è TOTALMENTE diversa.

Questo è un concetto DIFFICILISSIMO da far passare.
Le persone lo rifiutano e chiudono il cervello pensando che gli si stia dicendo di diventare dei truffatori o “come dei” truffatori.
Non riescono a staccare il concetto di fondo dal significato emotivo che attribuiscono alle parole.

È normale, scrivendo questo articolo ho deciso di correre il rischio di essere frainteso, ma questo è un messaggio che DEVE passare.
Deve passare in modo che le forze del bene comincino finalmente a lottare ad armi pari e la smettano di giocare solo carte basse.


Se capisci che proprio perché vuoi sinceramente aiutare i tuoi clienti devi iniziare ad insistere con le tue offerte e fare in modo che non passi un giorno senza che ai tuoi clienti venga ricordato perché dovrebbero comprare da te ad aeternum, allora inizierai a vendere molto più dei tuoi concorrenti sleali e scorretti. 
Non sarai più in svantaggio rispetto a chi mente e salverai i clienti dalle loro balle, mantenendo le promesse e creando nel lungo periodo un’azienda sana, forte e ispirata.

 

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“Se i buoni non fanno nulla, il Male prevale.” – Frank Merenda

 

Non possiamo lasciare che ciò accada.
È necessario che tu impari quali sono tutte le armi che hai a tua disposizione per sconfiggere le forze del male che imperversano nel tuo settore. A questo riguardo ho due notizie per te, una buona e una cattiva, ovviamente.

Quella cattiva è che non posso insegnarti nulla di tutto ciò in un articolo di blog, perché l’approfondimento di questa questione richiederebbe un intero libro.

La buona notizia è che il libro esiste di già, è stato scritto nientepopodimeno che da Marco Lutzu in persona ed andrà in stampa a brevissimo. 

Si tratta di VANNA MARKETING: il libro che ti spiegherà come usare le strategie dei più grandi truffatori della storia per far prosperare la tua azienda, in modo etico, anche in tempo di crisi.

 

Io l’ho letto in anteprima e posso solo dirti che è un capolavoro e che le pochissime copie che verranno messe a disposizione per la libera vendita andranno a ruba più delle TV nuove durante il Black Friday.

ezgif-2-c4e46d8a7fPiù o meno così


Alcune fortunate persone lo riceveranno per prime e in omaggio: sto parlando dei membri della Copy Academy. Per tutti gli altri ci sarà da fare la fila, e da pagare.

Se anche tu vuoi essere fra i primi a ricevere in regalo il nuovo libro di Marco, devi cogliere l’occasione adesso.

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Articolo a cura di:

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Michel Sainville

Come ho venduto me stessa attraverso il copy: quando ho deciso che non sarei morta di camorra

Quando ho deciso che non sarei morta di camorra

In terra di camorra (in TV hanno iniziato a chiamarla “terra dei fuochi”, per me continua ad essere semplicemente “terra di camorra”) non hai molte possibilità. Neanche negli anni duemila.

Se sei donna, puoi sperare di trovare un marito e figliare, così da non doverti preoccupare del lavoro e dei soldi. Cioè, puoi anche lavorare, ma poi diventa più difficile trovare marito, perché andiamo, dove s’è mai vista una donna che lavora? O meglio, puoi fare cose come la parrucchiera, o la barista, o l’estetista. Altre cose no, ci mancherebbe. Non sono cose da donna.

Se invece sei uomo hai qualche opportunità in più. Puoi trovarti un lavoro con uno stipendio accettabile e mantenere così tua moglie e la tua famiglia, a stento, perché devi farti avanzare i soldi per giocare alle macchinette, fare scommesse sugli sport più disparati e comprare alcool e droga.

Ah, ovviamente hai l’alternativa imprenditoriale, dove per imprenditoria s’intende appartenere alla categoria dei commercianti dell’agro aversano. Che senza mezzi termini, vuol dire aprire un’attività, tenerla per qualche tempo, e chiuderla per fallimento.

Perché quando oltre ad essere incapace nel gestire il denaro, nel fare marketing e nel portare avanti un progetto di successo, devi pure farti avanzare qualche spicciolo per il pizzo e capisci che così diventa impossibile stare in piedi.

Sono cresciuta lì io. In terra di camorra. Nella ridente cittadina di Grazzanise, in provincia di Caserta.

Senza soldi, senza futuro, senza sogni.

In verità, sono certa, qualcosa di buono c’è in quel posto, o almeno così dicono molti dei miei compaesani… solo che io non l’ho trovato.

Lo so che dipingo lo scenario del posto in cui sono vissuta in maniera cruda e pesante, ma la verità è che viverci è stato davvero così terribile.

Diverse persone che ho amato sono morte di camorra, o sono fallite per camorra. E io, quand’ero molto piccolina, ho deciso che non sarei morta di camorra.

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E tu?

Non so in quale posto sei cresciuto, ma se stai leggendo questo articolo, è molto probabile che il tuo luogo d’origine non rappresenti anche il tuo posto felice. Ho come l’impressione che chi arriva qui, chi si approccia al marketing, alla vendita e in generale al nostro mondo, abbia una voglia di rivalsa molto più forte rispetto comuni esseri umani. E allo stesso tempo, un ripudio nei confronti della mediocrità, che troppo spesso è rappresentata da tutto quello e tutti quelli che abbiamo avuto intorno mentre crescevamo.

È per questo che sono fuggita via quando avevo solo 17 anni. È per questo che, molto probabilmente, anche tu sei fuggito via o comunque stai pensando di farlo.

Il fatto è quando sai di valere molto più di quanto riesci a far trasparire, la mediocrità non la sopporti, non la tolleri. Allora prendi e parti, fuggi.

Il problema è che, quando parti, quando decidi di andare via e lo fai, hai bisogno di tutta una serie di competenze e qualità caratteriali. Qualità che io, per natura, purtroppo non ho.

Ecco perché ho dovuto apprenderle da chi queste qualità le possedeva.

Le cose che non sapevo quando avevo 17 anni

Il 3 Luglio ho sostenuto la prova orale dell’esame di maturità, il 4 Luglio vivevo in un’altra città e non sono più tornata in quella scuola, non ho più rivisto i miei insegnanti e neanche tutto quello che vivere in terra di camorra aveva comportato.

Ho vissuto gli anni del liceo come una sorta di prova di sopravvivenza. Mi dicevo “se ne esco viva, posso fare tutto poi”. Credo sia un po’ quello che si raccontano tutti gli adolescenti, tutti quelli che sentono di essere nel posto sbagliato, in realtà.

La mia città universitaria mi ha dato il primo accenno di libertà, ma non senza fatica. Ero partita senza soldi e senza poter ricevere aiuti esterni. Per cui, la prima sfida che ho dovuto affrontare, è stata quella di trovare lavoro. O meglio, è stata quella di trovare i vari lavori che mi permettevano di mantenermi.

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Perché proprio Ancona? Perché mi ero innamorata di un biondo veramente ma veramente bello, e per cos’altro sennò?

Superare le sfide grazie al copy

Per mia enorme fortuna, poco prima della fine del liceo mi ero appassionata di copywriting, di sviluppo personale e di marketing. Divoravo decine di libri, in inglese, perché all’epoca non esisteva nessun Frank Merenda a fare quello che andava fatto su territorio italico.

I corsi non potevo permettermeli, e a dire il vero neanche i libri, fu in quel periodo che imparai a scaricare semi-legalmente materiale formativo. Abilità che mi è poi servita anche in futuro (giuro che, presa dai sensi di colpa, ho poi acquistato tutto quello che potevo dai maestri a cui avevo rubato un po’ di informazioni).

All’epoca non avevo la capacità di capire che una sales letter sarebbe stata meglio di qualunque curriculum, ma dai miei materiali di contrabbando avevo imparato delle cose. Cose che ho tentato di applicare a voce con i miei “potenziali datori di lavoro”.

Avevo 17 anni, ogni tanto lo ricordo a me stessa per rassicurarmi del fatto che ormai il peggio è passato.

Ho camminato attraverso il “peggio”, consapevole del fatto che non sarebbe stato per sempre, e poi ne sono uscita. Non so nemmeno bene come, ma grazie agli Dèi ne sono uscita.

La scelta del target

Ero arrivata ad Ancona con pochissimi soldi nelle tasche (maledettamente pochi), dovevo trovare lavoro nel più breve tempo possibile se non volevo finire sotto ad un ponte.

Avevo trovato un posto letto in una casa vicino all’Università, che per mia fortuna si trovava in centro. Centro = gente ricca.

Mi informai su chi era l’uomo più ricco della zona. I miei libri dicevano che bisognava vendere alle persone ricche, e io così decisi di fare.

Lo trovai subito, grazie al consiglio di una delle mie vicine di casa appena conosciute. il signor SonoRicco faceva l’amministratore di condominio, ed amministrava il 60% dei condomini del centro, oltre ad avere una serie di attività sue sparse per la città.

La mia vicina di casa mi raccontò che prendeva il caffè ogni giorno in un piccolo bar sotto casa mia.

Sapevo dove beccare il mio target.

Focus

Cosa può far comodo ad un amministratore di condominio che ha anche tante altre attività? Avevo capito che non potevo andare lì e dirgli “so che sei ricco, voglio lavorare per te, qualunque sia la cosa di cui hai bisogno”. Cioè, non funziona questa roba qua.

Dovevo vendermi come esperta in qualcosa, una sola cosa.

Non sapevo dove fossero collocate le altre attività del signor SonoRicco ed essendo minorenne non ero patentata. Dovevo concentrarmi sul vendermi per lavorare nei condomini che amministrava, all’epoca l’unica competenza che avevo era scrivere, ma non mi sembrò molto funzionale.

Così scelsi il mio focus: posso fare la ragazza delle pulizie. Questi palazzoni dovrà pur pulirli, no? Ci sono talmente tante scale… Well done Roby.

L’USP

Iniziando a leggere di marketing, avevo capito che per vendere il proprio prodotto, bisogna trovare una USP (Unique Selling Proposition), un fattore differenziante. Qualcosa che la concorrenza non ha e he puoi usare come tuo punto di forza.

N.B. Oggi le cose sono moooolto più complicate di allora e per stare sul mercato devi avere un forte BRAND. La USP è un concetto superato prepotentemente da quello di posizionamento di marca.

Trovare la mia USP fu semplice: la maggior parte delle persone che lavorano per lui sono adulte. In genere vedi donne con qualche anno in più rispetto a me che puliscono le scale, di certo non ragazzine. Allora scelsi anche la mia USP: ho 17 anni e sono più veloce e agile delle altre tue dipendenti.

La promessa

Inoltre avevo imparato che c’era la necessità di comunicare una forte promessa al proprio potenziale cliente, qualcosa che doveva fargli esclamare “ma è incredibile!”.

La mia promessa esisteva già ed era “sono più veloce e più agile”… ma come si quantificano queste qualità nella vendita di un prodotto?

I numeri nel claim

Un’altra cosa che avevo letto e che mi era piaciuta un sacco, era che un bravo marketer sa utilizzare i numeri nel claim (giuro non riesco a tradurre “claim” in italiano, è tipo “promessa” ma più specifica nel marketing).

Ecco come si quantificano le qualità che avevo individuato: i numeri.

“Ti pulisco le scale dei condomini nella metà del tempo, meglio di come avrebbero fatto le altre perché ho 10 anni in meno rispetto a loro, e tu mi paghi comunque a ore.”

Front-end/garanzia

Ormai c’ero quasi, ma mancava un’offerta irresistibile in questa sales letter parlata che avrei recitato da lì a poco. Nel caso specifico, io utilizzai quello che i marketer chiamano “loss leader” (quando si sceglie di sacrificare un prodotto o servizio ad alto valore percepito, e di svenderlo o darlo gratis per acquisire il cliente). Ovvero ho deciso di investire il mio tempo e di propormi di lavorare gratis per lui per ben 3 giorni. Così mi avrebbe “testata” senza rischiare nulla.

Scarsità

Pensai di dirgli che doveva decidere subito, perché entro qualche giorno mi sarei spostata in un’altra città, a meno che non avessi trovato lavoro lì.

La trattativa

In qualche modo riuscii ad arrivare al mio target, beccai il signor SonoRicco poco distante da casa mia. La trattativa fu molto diversa da come me l’ero immaginata.

Le cose sono talmente semplici nei libri… che quando poi ti trovi nella vita vera ti sembra di esser preso a schiaffi. Pesanti pure.

In verità il signor SonoRicco mi lasciò parlare fino alla fine, poi mi guardò e mi disse: “Ragazzina, ma quanti anni hai? E dove sono i tuoi genitori?”

D’oh.

Io che sto per essere stasera in quanto minorenne

Io che vengo arrestata in quanto minorenne

Mi lasciò il suo numero e mi disse che avrebbe parlato con il suo commercialista per capire se potevo lavorare nonostante la mia età.

I follow up

Gli ho telefonato e scritto sms a giorni alterni per ben una settimana. E indovinate alla fine chi vinse?

Io, ovviamente.

Sappi che ogni volta che dici a te stesso “mò non lo chiamo al cliente che non lo voglio scocciare” oppure “non gliela mando la mail che già gliene ho mandate tante”, un marketer muore.

La conversione

Mi ero venduta! Grazie a quelle fregnacce che studiavo nei libroni americani e per le quali tutti mi prendevano in giro, io avevo ottenuto il mio primo lavoro!

  • campagna di 1 sales letter + 4 follow up tra sms e telefonate;
  • target potenziale: 1;
  • clienti acquisiti: 1;
  • percentuale di conversione: 100%!

Il back-end

La situazione a quel punto era questa: mi alzavo alle 5 del mattino, andavo a pulire le scale di tutti i condomini nei dintorni di casa mia, tornavo a casa, facevo la doccia e andavo in università.

Mi trasferii in una casa più grande con una stanza tutta per me e cominciai a concedermi pasti completi (dannazione, questo era meglio se lo evitavo) ogni tanto.

Voglio di più.

Signor SonoRicco ha altre attività, no?

Grandioso, vado di upsell. Trovo, attraverso di lui, altri due lavori.

Nel ristorante della moglie, come cameriera, nel weekend.

In un call center di una delle sue società, con chiamate in uscita a freddo, ogni sera quando uscivo dall’università.

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Ecco una foto di me felice in ufficio ai tempi del call center

 

Si bhè, non potevo mandarci a voce i potenziali clienti maleducati, dovevo accontentarmi di farlo così.

Replicare il processo

Dopo aver capito come funzionava, in che modo le persone ragionavano e come potevo io manipolare la realtà che mi circondava per trarne vantaggio, ho replicato il processo fino ad arrivare a dove sono oggi.

Ho cambiato tanti lavori e ho fatto moltissime esperienze da allora, ma una cosa non è mai cambiata: la mia capacità di ragionare in maniera strategica grazie al copy a risposta diretta.

Quando scegli di imparare il marketing, stai scegliendo di capire come va davvero il mondo. È la competenza fondamentale che devi acquisire, chiunque tu voglia essere.

Oggi ho 24 anni e vivo in una casa tutta per me nella zona più figa di Milano, faccio un lavoro fighissimo e sono circondata da persone che amo. Ma sai qual è la cosa veramente bella che so e che mi rende felice?

Che pure se dovessi forzatamente smettere di scrivere copy per mestiere, sarei in grado di far fortuna altrove, solo perché ormai ho interiorizzato questa competenza e sono in grado di applicarla in qualunque ambito.

E tu, cosa aspetti ad impararla?

La volta in cui ho scelto che non sarei morta di camorra

L’unica cosa di cui mi rammarico, è che sono andata via di casa per i motivi sbagliati. Stavo scappando, volevo allontanarmi da una situazione di estremo disagio per spostarmi verso qualcosa di meglio. Col senno di poi ho capito che è di gran lunga meglio “andare verso” anziché “fuggire da”.

Ambire. Bruciare dalla voglia di farcela.

Questo è sano.

Sopravvivere no, ti fa fare scelte troppo avventate.

Io non volevo morire di camorra, e mi rendo conto del fatto che tu, in questo momento, magari non hai una motivazione forte come la mia, e puoi pensare che non ce la farai mai perché la tua situazione non è così tragica, che non hai un buon motivo per cambiare la tua vita.

Lascia che ti dica una cosa: è proprio questo il motivo per cui devi agire.

È proprio questo il motivo per cui devi entrare in questo ambiente costruttivo, imparare a scrivere copy e a ragionare in maniera strategica, a pensare in modo intelligente alla vita, reagire da campione agli eventi, e a riprenderti in mano SUL SERIO la tua esistenza.

Basta subire, comincia ad agire.

Ti aspetto all’interno della Copy Academy.

Roberta “psycopy” Parente

Confessioni intime di un laureato in lettere pentito

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Oggi è il 20 marzo 2017. L’equinozio di primavera.

(Forse tu leggerai questo articolo fra qualche tempo, ma non è questo il punto. Rimani con me.)

Dicevo…

La parola italiana ‘equinozio’ deriva dal latino “aequinoctium“, composto da “aequus“, cioè “uguale” e “nox“, “notte”. Il giorno dell’equinozio, infatti, si chiama così proprio perché è l’unico giorno dell’anno in cui la notte e il giorno hanno più o meno la stessa durata, in tutto il mondo. E questo si verifica solo due volte ogni anno – che sono appunto i due equinozi.

Perché ti sto spiegando questa cosa?

Perché esattamente sei anni fa, in un altro equinozio di primavera, il 20 marzo 2011 conseguivo una sudata laurea magistrale in lettere classiche. La laurea triennale in lettere l’avevo conquistata un paio d’anni prima, verso la fine del 2008.

Più o meno quando la maggior parte dei miei colleghi del CopyTeam andavano ancora alle medie e giocavano con i Transformers. Sì, lo so, non conta nulla che la gran parte di loro ci giochi ancora… era semplicemente un modo carino per confermarti che sì, sono il più vecchio della cricca.

La laurea magistrale… Un traguardo importante, mi dirai. Lo pensavo anche io… Eppure, non posso fare a meno di pensare quanto la mia vita sia cambiata in questi sei anni.

Quanto si sia allontanata dal percorso che avevo previsto.

Non ricordo chi, mi pare Schopenhauer, diceva che “la vita è una retta obliqua a metà strada fra i propri obiettivi e le vicissitudini del caso”. Sono d’accordo.

Spesso passiamo anni a pianificare un percorso, mentre la vita ci porta lentamente verso altre strade.

Il risultato non è MAI quello che avevamo previsto nei minimi dettagli. Ma non è nemmeno quello che il caso decide. È un incontro fra le due cose, un mix.

E solo oggi capisco quanto sia vero…

* * *

 

Come ti dicevo, sei anni fa prendevo una laurea magistrale in lettere antiche, in una delle università più prestigiose in Italia in quel campo. Ero fiero di me. Come ti ho detto prima, la prima laurea l’avevo ottenuta nel 2008, perfettamente nei tempi nonostante facessi tre lavori contemporaneamente per mantenermi gli studi.

Non ho mai preso un solo euro dai miei genitori dopo aver compiuto i 18 anni. Mai. Nemmeno uno. Ma NON è stato facile…

Per arrivare a quella seconda laurea, ho passato sei anni estremamente impegnativi. Ho sudato (letteralmente). Ho fatto il giardiniere, il contadino, il cuoco, il ragioniere, il falegname, l’insegnante privato, il tutor al CEPU.

insegnante-stressatoSì, ok, qui forse non era sudore fisico ma ti assicuro che cercare di spiegare d’Annunzio a una manica di analfabeti è molto più sdrenante che zappare la terra sotto il sole. Credimi.

Ho fatto entrambe le cose e ti posso assicurare che potendo scegliere è MOLTO più facile spalare il fieno per le capre che far lezione a del ciarpame umano che come unico merito al mondo ha quello di produrre un po’ di ossigeno per i nostri amati alberi da frutto.

Dopo tante difficoltà, anni passati a lavorare e studiare, pagando l’affitto e ogni altra cosa da solo – e mangiando solo saltuariamente – sei anni fa raggiungevo il compimento di quella fase della mia vita.

Sei anni dopo, con un sorriso, mi ritrovo a essere un tutor della Copy Academy. Senza sapere nemmeno io come ci sia arrivato.

Qual è il tratto di unione fra queste cose?

Nessuno.

Proprio perché la vita non è quasi mai il risultato di quello che avevamo previsto. È un susseguirsi e concatenarsi di eventi e processi che si incastrano fra loro in un meccanismo imprevedibile. Che solo in parte possiamo dirigere e governare.

In quel “in parte” però sta il segreto del successo.

Perché se ti rassegni all’idea che non puoi farci nulla ti lascerai trasportare e governare dagli eventi.

Se ti illudi che sia tutto in mano tua, come tanta retorica motivazionale ti vuol far credere, rimarrai deluso. Molto deluso. Bruciato dai tuoi stessi sogni.

“L’uomo è artefice del suo destino” (Homo faber fortunae suae)… Sì ok, tutto vero, tutto bello, ma allo stesso tempo sono concetti da maneggiare con cura. Perché sono veri solo a metà.

Devi sempre considerare che la tua volontà è un elemento fondamentale ma deve sposarsi con la realtà che ti circonda.

E proprio qui sta l’aspetto straordinario.

Se sai incanalare le tue capacità e i tuoi sforzi nella stessa direzione in cui ti sta portando la vita, allora sì che potrai cantar vittoria.

Altrimenti continuerai a soffiare controvento. A remare controcorrente. A svuotare una barca che sta già affondando.

Avrai la percezione di star facendo sforzi sovrumani ma rimarrai sempre fermo.

Perché ti dico queste cose?

Perché ci sono passato. E forse ci stai passando anche tu proprio ora.

Immagina come sarà la tua vita fra sei anni.

Immagina come vorresti che fosse.

Immagina come pensi che sia se non cambi nulla.

Ecco… Molto probabilmente non sarà nessuna di queste tre possibilità.

La realtà sarà diversa da tutte queste tre immagini. 

Sei anni fa io pensavo che oggi sarei stato un ricercatore universitario.

Sei anni fa pensavo a come “sistemarmi”, a come trovare un “posto di lavoro”. Figlio di dipendenti, alla naturale ricerca del mio spicchio di sole come tanti altri.

Sei anni fa non sapevo nemmeno cosa fosse il copywriting, e ora faccio parte della prima scuola di copywriting in Italia e lo insegno a imprenditori che fatturano a sei zeri.

Cosa mi ha portato qui? 

Il Copy. 

Quindi immagina cosa può fare per te. Per te che parti già da una posizione estremamente avanzata rispetto a quella da cui sono partito io.

Non avrei mai immaginato di diventare un lavoratore autonomo, men che meno un imprenditore. Anzi, a dire il vero ero proprio contrario e spaventato all’idea di mettermi in proprio. E fino a un paio di anni fa era un pensiero che non mi aveva mai sfiorato, o meglio, che ho sempre cercato di respingere. Più per timore che per altro.

Eppure, come ti dicevo prima, la vita a volte prende delle pieghe strane…

* * *

 

Ora non mi metterò a raccontarti come è cambiata la mia vita in questi cinque anni, da una laurea in lettere classiche a far parte dello staff di Frank e lavorare a stretto contatto con il Dr. Lutz nel Copy Team. Magari lo farò in un’altra occasione.

Ma per adesso ti basti sapere da quanto lontano sono partito. E quanta strada ho fatto per essere qua. 

Tu forse sei stato più fortunato di me. Magari hai potuto studiare in pace e frequentare le lezioni, perché i tuoi genitori ti hanno dato una mano. Io per tutta la triennale non ho mai frequentato una sola lezione, perché ero in giro a lavorare per potermi pagare le tasse universitarie.

Magari tu hai un iPhone in tasca, e hai accesso istantaneo a tutte le informazioni di cui puoi aver bisogno. Ora non vorrei sembrarti tuo nonno, ma io mi sono iscritto all’università nel 2005: internet esisteva, ma serviva un computer e un cavo attaccato al muro. Forse esisteva già il BlackBerry, credo, ma di certo io mi dovevo accontentare del mio Nokia 3310.

Tu ora stai leggendo questo blog, magari sul tuo smartphone da 800 euro, mentre puoi pensare a studiare serenamente ogni giorno perché i tuoi genitori ti pagano la stanza in cui alloggi fuori sede. Fidati, che SEI fortunato…

Allora immagina solo per un attimo cosa potrebbe fare per te il copywriting. Immagina cosa potrebbe significare imparare a padroneggiare questo strumento potentissimo che ha cambiato la mia vita, e che potrebbe cambiare anche la tua.

Sei iscritto alla facoltà di lettere, o forse ti sei appena laureato. Stai cercando la direzione da dare alla tua vita, e negli opuscoli universitari leggi che una laurea come la tua ti aprirebbe una infinità di possibilità lavorative.

Peccato che siano tutte… stronzate.

Se vuoi trovarti un lavoro, con la tua laurea in lettere, il lavoro te lo devi inventare tu. Te lo devi creare. Nessuno ti verrà a cercare, NESSUNO! Non riceverai inviti a curare la biblioteca dell’Archivio di Stato, non diventerai responsabile dell’Ambrosiana di Milano né diventerai un docente universitario, a meno che non sia tu a volerlo e a fare di tutto per raggiungere quel traguardo.

Ma anche così – mi spiace dirtelo – probabilmente NON funzionerà.

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Dopo la laurea magistrale io ho vinto un concorso per un dottorato di ricerca. Ero arrivato primo, su una cinquantina di candidati.

Prima ancora di iniziare il dottorato, avevo già pubblicato 3 articoli accademici. Alla fine dei tre anni di dottorato, di titoli ne avevo più di 30.

Per farti capire, normalmente è già un ottimo risultato quando un dottorando riesce a pubblicare almeno UN articolo. Non scherzo. I miei coetanei non avevano nessun titolo, ad esempio.

Io ne avevo 30, 35 (non ricordo nemmeno con precisione) alla fine di quel percorso. Ne avevo persino di più di alcuni docenti con il doppio dei miei anni e uno stipendio fisso dal 1986, che mi facevano lezione.

Eppure… Tutto questo NON conta. Non farti film mentali. Non stare a farti le pippe mentali pensando che “il tuo valore alla fine vincerà su tutto”, che “gli sforzi verranno ripagati” e che è solo una questione di sacrifici.

Io di sacrifici ne ho fatti molti di più di quanti tu non sia disposto a farne, credimi, o che tu possa anche solo immaginare. E nonostante questo NESSUNO è sceso dal cielo offrendomi un lavoro che c’entrasse con la mia laurea.

 

È ora che ti svegli, caro mio!

Mi spiace dover infrangere i tuoi sogni di gloria, ma avrei tanto voluto che qualcuno lo avesse fatto con me.

Se sei anni fa qualcuno mi avesse parlato del copywriting e mi avesse spiegato che avrei potuto mettere a punto la mia abilità nella scrittura in un campo diverso da quello universitario… probabilmente la mia vita sarebbe cambiata. In meglio.

Non mi sarei iscritto al dottorato, e avrei iniziato a studiare come un matto il marketing e il copywriting – cosa che ho comunque fatto in seguito.

* * *

 

Nonostante tutto, in realtà, non ho rimpianti. La vita è strana, è andata così, e non ha senso farmene delle colpe. Certo, non posso fare a meno di pensare a quanti soldi avrei oggi se alla tua età avessi deciso di studiare il copy.

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Ho sprecato degli anni a rincorrere dei sogni la cui realizzazione era al di fuori dal mio controllo.

Anche ora rincorro dei sogni, ma finalmente è tutto in mano mia. E ti assicuro che c’è una differenza abissale. Tutto questo per dirti che non devi ripudiare il tuo passato o il tuo presente, ma devi solo prendere coscienza che non ci sono tappeti rossi ad attenderti quando ti sarai laureato.

Nessuno si presenterà alla tua porta, e nemmeno se andrai tu a bussare cambierà qualcosa. Riceverai solo porte in faccia – o peggio ancora… ATTESA. Lunghe attese. Estenuanti attese di mesi e mesi, perché si liberi un posto, perché sia bandito un concorso, perché ti arrivi la risposta alle seimilaquattrocentottantaquattro candidature che avrai inviato.

La tua vita diventerà una lunga attesa di qualcosa di migliore, che molto probabilmente non arriverà… MAI.

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Ti dico questo solo per farti capire che è possibile cambiare.

Non sei prigioniero di nulla e di nessuno. La tua vita è nelle tue mani, e la puoi reinventare come e quando vuoi. L’unica cosa che nessuno ti restituirà è il tempo perso.

Dunque non sprecare il tuo tempo nell’attesa di qualcosa di migliore. Inizia da subito a capire come puoi mettere a frutto le tue competenze e come puoi trovare una nuova strada per la tua vita. Puoi farlo, se lo vuoi.

Saper scrivere, conoscere l’italiano, e aver letto tanto potrebbero essere i tuoi più preziosi alleati se decidessi di approfondire il copywriting. Sia per “venderti” meglio, qualsiasi lavoro tu voglia fare, sia per “vendere” realmente i tuoi prodotti o servizi – o quelli di altri.

Non c’è limite al potere del copywriting e a quello che può compiere un testo ben scritto.

“Non esiste al mondo un problema che una lettera di vendita non possa risolvere”

Così diceva sempre il copywriter più grande di tutti i tempi, e in assoluto il mio preferito, che si chiamava Gary Halbert. E sono d’accordo al cento per cento con lui.

* * *

 

Ma so già cosa stai pensando…

Ma allora cosa ho studiato a fare finora?”

 Non lo so, caro mio. Io quella domanda non me la sono mai posta, e la trovo ridicola. Se tu hai studiato lettere per poi trovare lavoro, allora sei un cretino tu, e basta.

Io ho studiato lettere perché era quello che volevo fare. Sapevo benissimo che non mi avrebbe portato da nessuna parte a livello lavorativo. Sotto sotto ci speravo, ovviamente, ma non ho certo studiare per poi trovare un bel posto di lavoro.

Quella era la mia passione, e ho deciso di perseguirla. Ma non me ne pento. Non ho rimpianti. In quel momento mi sembrava giusto così, volevo inseguire i miei sogni e non dovevo rendere conto a nessuno, visto che mi son pagato tutto da solo.

Ma non ho mai visto l’università come un trampolino di lancio obbligato verso un lavoro certo e sicuro. Altrimenti avrei studiato medicina o ingegneria.

Devi capire che ciò che hai studiato ti ha arricchito, ti ha reso la persona che sei oggi. Se non riesci a uscire da questa gabbia mentale, e non riesci a capire questo discorso, ti invito a chiudere questa pagina. Probabilmente non riusciresti mai a capire la profondità del messaggio che sto cercando di trasmetterti.

Non commettere l’errore di ripudiare il tuo passato. Si tratta semplicemente di correggere la rotta, a seconda del contesto, e di reinventarsi. La parola magica è “reinventare” te stesso, in base alla situazione e al contesto.

Non ti intestardire a voler sfruttare a tutti i costi quella laurea e a voler trovare un posto di lavoro in quel campo: ha poco senso, se le condizioni non te lo permettono. Preparati a doverti reinventare mille volte nella tua vita.

Il mondo è cambiato, cazzo! Possibile che non te ne renda conto? 50 anni fa era normale entrare in un’azienda come dipendente e rimanere lì fino alla pensione. Oggi no, è diverso. Ogni persona che entra oggi nel mondo del lavoro dovrà cambiare almeno 3 o 4 lavori nel corso della sua vita. Non dico cambiare aziende o datori di lavoro, dico proprio cambiare le mansioni, reinventarsi. Spostarsi.

cannavacciuolo-cucine-da-incubo-tommasiIl mondo del lavoro è più “liquido”, oggi. Se non acquisisci l’elasticità mentale che ti serve per sopravvivere, sarai schiacciato e tritato come uno spicchio d’aglio nelle mani di Canavacciuolo.

Impara a rimetterti in gioco, come ho fatto io. Non ti ho raccontato quasi nulla, ma mi sono dovuto reinventare almeno 3 o 4 volte, prima di trovare la mia strada. Nessuno me l’ha indicata, né suggerita.

L’ho dovuta trovare a suon di errori e di cadute.

Non rinnego nulla, perché altrimenti mi guasterei il sangue, e ha poco senso a questo punto. Ormai è andata così, e amen, anche se un po’ comunque ti confesso che mi rode l’idea di aver passato anni interi a far sacrifici (anche dopo il dottorato) nell’attesa di chissà cosa, quando ora guadagno in un mese quello che all’epoca guadagnavo in un anno.

Appunto, non ho rimpianti, ma non posso fare a meno di ripetermi che se questo passo lo avessi fatto 10 anni fa, oggi la mia vita sarebbe profondamente diversa. E probabilmente avrei un paio di aziende ben avviate.

Non ti dico di lasciare gli studi, se ti manca poco alla laurea. Ormai sei in ballo, e continua a ballare. Ma pensa fin da subito a un piano B, pensa fin da subito a come creare del valore nel mondo.

Le cose che sai NON sono un valore. Quello che hai studiato NON crea valore per gli altri. Devi trovare il modo di creare valore nel mondo, dando il tuo contributo.

 E in questo caso, la cosa più saggia è imparare una disciplina. Imparare un mestiere, che NESSUNO ti potrà mai portar via.

Imparando il copywriting sarai libero dall’ottica del datore di lavoro, perché avendo acquisito una competenza ci sarà sempre qualcuno disposto a scambiare denaro in cambio della tua competenza. Questo NON accade con le cose che hai studiato per la tua laurea (salvo rare eccezioni).

Se trovi il modo di imparare realmente un mestiere, studiando tanto e magari andando a bottega da qualcuno di più esperto di te e lavorando gratis per lui, non sarai più schiavo dei capricci del mercato, perché saprai fare qualcosa che gli altri non sanno fare. Questo si chiama VALORE.

Però appunto devi studiare, e anche tanto. Se tu pensavi che arrivato alla laurea il tempo di studiare fosse finito, ho una brutta notizia per te:

È proprio DOPO la laurea che arriva il momento di studiare SUL SERIO!

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Se oggi sei pieno di dubbi e paure, spero che questo articolo ti tocchi nel profondo e ti aiuti ad aprire gli occhi.

* * *

 

Vuoi sapere qual è stato il momento in cui tutto è cambiato per me?

Sì, c’è stato un punto di svolta. Una scintilla. Un momento ben preciso in cui la mia vita è cambiata e ho deciso di cambiare strada.

Il merito è di Marco (il Dr. Lutz). Lui nemmeno lo sa, a dire il vero, non gliel’ho mai detto. Quindi lo imparerà come te quando leggerà questo articolo.

In uno dei periodi più oscuri della mia vita, un paio d’anni fa, mi sono imbattuto in un suo articolo. Forse era un post su Facebook (non ricordo, francamente). E sai come era intitolato? Qualcosa tipo “Come riciclare la tua laurea in lettere”.

Non so se puoi capire. Non so se hai mai letto qualcosa che ti abbia colpito dritto dritto nel nervo scoperto. Non so nemmeno se questo articolo ti faccia lo stesso effetto che il suo ha fatto su di me – anche se lo spero.

Ma per me è stato così con quell’articolo. Che da un lato mi mostrava le potenzialità del copy sulla mia stessa pelle, rigirando il coltello sulla MIA piaga. Dall’altro mi diceva proprio, a livello di contenuto, che una persona con il mio percorso avrebbe potuto reinventarsi come copywriter.

Poco tempo dopo, ha pubblicato il suo annuncio per la selezione del CopyTeam. Ma non so se avrei risposto a quell’annuncio, se non avessi prima letto quell’articolo. E ora sono qua.

Non mi fraintendere, non è stato facile. Non lo è tuttora. Ho studiato più in questi ultimi due anni che nei sei di università.

Ma sono anche cresciuto più – umanamente e professionalmente – in questi due anni che nei sei di università. E, inutile dirlo, ho guadagnato di più, molto di più.

Il paradosso? O meglio, non è un paradosso, ma semplicemente l’aspetto più ironico della storia… Che è stato proprio un pezzo di copy in cui si predicava l’inutilità di una laurea come la mia a darmi la voglia e la forza di reinventare quella laurea.

Sembra scontato ma ti assicuro che non lo è. Tutti, ma proprio TUTTI i miei compagni di università, anche quelli che a quarant’anni sono ancora in giro a elemosinare una supplenza a scuola, se gli mostrassi quell’articolo salterebbero in piedi urlando che “non è vero un cazzo, che la laurea in lettere amplia le vedute, che gli studi classici sono le fondamenta della cultura” e robe simili.

Sono scollegati dalla realtà. Tutti.

Lo posso dire perché ho vissuto per anni in quell’ambiente, e chiunque abbia fatto un percorso come il mio rimarrà per tutta la vita in quella gabbia mentale per cui non saranno mai in grado di rinnegare i propri studi e reinventarsi.

Io non rinnego nulla, a dire il vero. Non mi pento di nulla. Non ho rimorsi né rimpianti.

Perché fondamentalmente i rimpianti non servono a una beata minchia. “Il rimpianto è il vano pascolo di uno spirito disoccupato”, diceva d’Annunzio.

Hai tempo ed energie da sprecare in rimpianti solo se non hai sogni da coltivare, obiettivi da perseguire e traguardi da raggiungere.

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Ciò che serve è sapersi reinventare e soprattutto rimboccarsi le maniche.

Quando pensi di essere arrivato, è proprio quello il momento di ricominciare tutto da capo. Quando pensi di aver finito di studiare, è proprio QUELLO il momento di cominciare a studiare SUL SERIO.

Questo vale anche per te, amico mio.

Se sei approdato su questo blog significa che hai fatto molta strada. Hai studiato tanto. Significa che molto probabilmente graviti attorno a Planet Frank, o magari ci hai scoperto per caso.

Però non ti illudere. Non sei ancora salvo. Anzi, è proprio questo il momento di iniziare a fare sul serio.

Ma tu hai un vantaggio sleale rispetto ai tuoi concorrenti o ai tuoi compagni di studio. Tu puoi avere qualcuno che ti guidi personalmente e individualmente.

Verso quale meta?

Semplice. Verso il successo.

E lo puoi raggiungere SOLO padroneggiando la disciplina del copywriting. 

* * *

 

Attento però. NON ci sono scorciatoie. Non puoi raggirare l’ostacolo. DEVI imparare in prima persona a scrivere come si deve dei pezzi di copy. Sia che tu voglia diventare a tua volta un copywriter e guadagnarti da vivere così, sia che tu voglia fare qualsiasi altro lavoro – ma per ottenerlo hai bisogno del copy.

Quindi, ricapitolando,

  • 1) devi imparare a masticare un po’ di copy.
  • 2) hai bisogno di un copywriter esperto che ti segua passo passo e ti aiuti a migliorare i tuoi materiali e che ti insegni questa disciplina.

Certo, non è mica facile…

Sarebbe troppo bello per essere vero se esistesse un posto dove puoi trovare riuniti i migliori copywriter in Italia…

Sarebbe ancora più bello se tu potessi avere da loro dei consigli pratici…

E pensa, sarebbe proprio assurdo pensare che quegli stessi copy ti aiutassero a migliorare le tue capacità di copywriter MENTRE ti aiutano a potenziare i tuoi stessi materiali.

Eh sì, sarebbe troppo bello per essere vero. Dai…

Se non fosse che… quel posto esiste DAVVERO, e si chiama Copy Academy. 

Ma attenzione. Si tratta della prima scuola di copywriting in Italia. Quindi è estremamente esclusiva. Direi quasi elitaria. I posti a disposizione sono pochissimi, e in gran parte sono già stati prenotati in anticipo (perché c’è una lunga lista d’attesa di gente che aspetta alla porta che si liberi almeno un posto).

No, non è una frase di marketing. Non ti sto “facendo il lavaggio del cervello”. Non è una qualche tecnica segreta di copy. Dico sul serio: i posti sono LIMITATI.

Perché?

Semplice, perché noi seguiamo personalmente – e direttamente – i nostri allievi nella Academy. Quindi… Capisci da solo che il nostro tempo è limitato. Anche volendo, arriverà un momento in cui le 24 ore a disposizione per ognuno di noi saranno terminate. E a quel punto non potrai far nulla per entrare.

Oggi invece puoi.

Ma non so dirti per quanto tempo ancora sarà possibile, visto che le iscrizioni continuano ad aumentare e io ti confesso che personalmente sono già preoccupato. MOLTO preoccupato.

Se fosse per me, le avrei già chiuse le iscrizioni, visto quanto siamo impegnati. Ma il Dr. Lutz non vuol sentir ragione e ha deciso che ancora per un po’ le lascerà aperte. Ma non so per quanto ancora.

Cosa devi fare per avere maggiori informazioni ed eventualmente prenotare il tuo posto speciale nella clinica del Dr. Lutz?

Una cosa semplicissima. Ti basta cliccare qui e compilare il modulo con i tuoi dati. Così sarai ricontattato e riceverai tutte le informazioni che desideri.

* * *

Se ancora non fossi convinto, prima di salutarti, voglio farti notare una cosa.

Tutto in fondo si riduce a una semplice domanda:

“Fra cinque anni vuoi essere ancora dove sei ora?”

Puoi dire “sì” o “no”. Sei libero di scegliere. Se rispondi “NO” e vuoi cambiare le tue sorti, aprendo le porte alle opportunità più rosee, al successo e al benessere, allora clicca qui

Ma stai attento. Perché se invece decidessi di NON cliccare, questa decisione potrebbe lasciarti con l’amaro in bocca, e per i prossimi cinque anni saresti perseguitato dal terribile dubbio “…e se poi avesse funzionato DAVVERO?”.

Sei pronto a correre questo rischio?

La scelta è tua.

In ogni caso, ti auguro ogni bene.

 

Che il copy sia con te,

Nicola Serafini.

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